C'era una volta un discorso noioso... Trasformalo con lo storytelling per un public speaking che incanta | Diego Parassole

C’era una volta un discorso noioso… Trasformalo con lo storytelling per un public speaking che incanta

Leggere liste infinite spegne l’attenzione, mentre una buona storia fa scattare i neuroni e trasforma anche il pubblico più distratto in uno super-ricettivo!

C’è un momento che potreste conoscere bene: la sala è gremita, le luci si abbassano, parte la presentazione… e sullo schermo appare la solita slide con cinquanta bullet point microscopici.

All’improvviso l’attenzione cala, gli occhi si fanno pesanti e l’energia sembra dissolversi. È il famigerato “PowerPoint sonnifero”, un anestetico capace di addormentare anche i più motivati in prima fila.

E sapete chi arriva a ridestare dal torpore il pubblico di “belle addormentate”? Un cavaliere senza macchia né paura. Il suo nome? Lo storytelling!

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Il tuo cervello sotto l’effetto di una storia

Avete presente un metronomo, quel cosino che fa tic-tac per tenere il tempo?

Ecco, il vostro cervello funziona più o meno allo stesso modo. Quando qualcuno vi serve un discorso piatto, infarcito di numeri e liste infinite, il vostro metronomo interiore sbrocca: va fuori tempo, ticchetta a caso e voi finite in modalità orso in letargo. Tradotto: noia letale e memoria a breve termine azzerata.

Ora, immaginate di ascoltare una storia avvincente. Cosa succede?

Secondo gli studi del neuroscienziato Uri Hasson, accade una specie di magia scientifica chiamata accoppiamento neurale (o neural coupling).

In pratica, i cervelli di chi parla e di chi ascolta iniziano a “ballare un tango sincronizzato”. Le onde cerebrali si allineano, le stesse aree si attivano in entrambi i cervelli, a volte con un leggero ritardo, a volte addirittura anticipando ciò che sta per essere detto.

Hasson, in uno dei suoi celebri TED Talks, usa una metafora geniale: la comunicazione efficace è come un dispositivo che trasmette ricordi, idee e sogni direttamente da un cervello all’altro.

Quando racconto una storia, non vi sto solo dando informazioni; vi sto letteralmente “installando” un’esperienza nella mente, quasi come nel film Inception.

E più forte è questa sincronizzazione, maggiore è la comprensione e il ricordo del messaggio. Pensateci: non state solo ascoltando, state vivendo il racconto a livello neurale.

Roba da far impallidire qualsiasi mago o mentalista, no?

La struttura segreta che cattura (e non molla più)

Ok, la scienza è affascinante. Ma come si costruisce una storia che crei questo “effetto calamita” sul cervello del pubblico?

Qui ci viene in aiuto Nancy Duarte, una specie di Yoda delle presentazioni. Nel suo illuminante TED Talk, “The secret structure of great talks”, Duarte svela la struttura segreta dei grandi discorsi, da Martin Luther King a Steve Jobs.

Il segreto non è essere l’eroe della situazione (quello è Luke Skywalker). No, il presentatore deve essere la guida, Yoda appunto. Il vero eroe è il pubblico. E il vostro compito è accompagnarlo in un viaggio.

Come? Attraverso un continuo ping-pong emotivo tra due poli:

  1. “Ciò che è”: la realtà attuale, il problema, la situazione di partenza. Spesso un po’ noiosetta o frustrante.
  2. “Ciò che potrebbe essere”: il futuro desiderabile, la soluzione, l’utopia che la vostra idea promette.

Un grande discorso non fa altro che oscillare tra questi due mondi.

Vi mostra il grigiore del presente (“le nostre vendite sono stagnanti”) per poi dipingere i colori brillanti del futuro (“ma immaginate un mondo in cui ogni cliente diventa un nostro ambasciatore!”).

Questa alternanza crea tensione, desiderio e spinge il pubblico a volere disperatamente quel “ciò che potrebbe essere”. È come mostrare a qualcuno una triste insalata scondita e subito dopo una carbonara fumante. Indovinate cosa sceglierà? 🍝

Dati nudi e crudi o storie cotte a puntino?

Sia chiaro: i dati, le ricerche e i fatti sono fondamentali, specialmente quando parliamo di temi scientifici o sociali. Ma presentarli nudi e crudi è come servire a un ospite gli ingredienti di una torta separatamente: farina, uova, zucchero… “Arrangiati tu”. Non è molto invitante.

Ok, i piatti scomposti, ma qua a scomporsi è la pazienza dell’ospite!

Lo storytelling è la ricetta che trasforma quegli ingredienti in un capolavoro di pasticceria.

Un dato come “il 27% degli impiegati si sente demotivato” è un numero.

Una storia come “Lasciate che vi parli di Marco, un programmatore brillante che ogni lunedì mattina fissa il cursore lampeggiante sullo schermo pensando a come sarebbe stata la sua vita se avesse aperto quel chiringuito sulla spiaggia…” è un’esperienza.

Lo stesso dato, ma con un volto, un’emozione, una connessione umana.

Come afferma la marketer Kelly Parker, prima di raccontare, bisogna ascoltare.

Capire il “problema” e il “desiderio” (problem and pursuit) del nostro pubblico è il primo passo per dipingere un quadro in cui possano riconoscersi e, infine, accettare la nostra “proposta”.

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L’invito all’azione (che non è un ordine)

Avete agganciato il pubblico, solleticato la sua curiosità (triggerato come direbbero i giovani!), lo avete portato in un viaggio neurale sincronizzato, avete creato un desiderio irrefrenabile per un futuro migliore. E adesso?

Adesso arriva il gran finale: la call to action. Che non deve essere un ordine, ma la logica e naturale conclusione del viaggio. È il momento in cui dite: “Bene, questa è l’utopia che vi ho mostrato. Volete costruirla insieme a me? Ecco il primo mattone”.

Il vostro discorso non sarà più un monologo, ma l’inizio di un dialogo. Non sarà un’imposizione, ma un invito a far parte di qualcosa di più grande.

E ora, il momento della verità. Potreste passare i prossimi sei mesi a guardare TED Talks in loop, provando a diventare i nuovi Steve Jobs davanti allo specchio del bagno (con risultati alterni, probabilmente). Oppure…

…potreste invitarmi a uno dei vostri eventi aziendali. Posso aiutarvi a trasformare quel temibile meeting o quella convention annuale in un’esperienza che le persone ricorderanno non per il clamoroso buffet (o almeno, non solo!) ma per le idee che hanno fatto vibrare i loro neuroni.

Insieme, possiamo accantonare per sempre i discorsi noiosi e dimostrare che anche i dati più complessi possono avere un’anima.

Non perdete altro tempo, scrivetemi qui.

Conosciamoci meglio!

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