Dimenticare l’idea dell’artista in estasi creativa: il vero processo creativo efficace si fonda su passi precisi, strutturati e testati sul campo
Provate a immaginare una lunga lunga (ho già detto lunga?) riunione senza caffè☕️… Difficile, vero?
È una di quelle esperienze che ti segnano: sguardi persi nel vuoto, sbadigli che tentano di mimetizzarsi da profondi respiri di riflessione e un desiderio collettivo di essere altrove, tipo su un’isola deserta a parlare con Robinson Crusoe.
Ecco, la creatività senza un metodo è esattamente così: un potenziale enorme che si spegne in un’agonia lenta e improduttiva.
Tutti amiamo l’idea romantica del genio creativo: l’artista bohémien che aspetta l’ispirazione divina, il pubblicitario che ha l’idea del secolo sotto la doccia, lo scrittore che partorisce un capolavoro in una notte di febbrile tormento.
Bellissimo, vero? Peccato che sia, per la maggior parte, una colossale fandonia.
L’ispirazione, quella vera, non è un fulmine a ciel sereno. È più simile a un ospite educato: arriva solo se l’hai invitata e, soprattutto, se hai preparato la casa per accoglierla.
Nella mia vita professionale, che si tratti di scrivere un monologo comico, uno spettacolo teatrale o uno speech per un evento aziendale, ho imparato che la creatività è un muscolo. E come ogni muscolo, per funzionare ha bisogno di un allenamento strutturato.
Il mio segreto? Un mix personale che fonde principi del Creative Problem Solving (CPS) con un metodo che adoro per la sua eleganza quasi scientifica: il metodo P.A.P.S.A. di Hubert Jaoui.
No, non è il nome di un nuovo ballo estivo. È un acronimo che sta per Percezione, Analisi, Produzione, Selezione, Applicazione. E credetemi, è il GPS che vi salva quando siete persi nel deserto delle idee.
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L’uomo da ringraziare (o maledire 😂) per i post-it
Ma prima di svelarvi come mescolo le carte, facciamo un passo indietro. Cos’è esattamente questo Creative Problem Solving? Pensatelo come il nonno saggio di tutti i metodi creativi.
È stato ideato da Alex Osborn, lo stesso genio a cui dobbiamo l’invenzione del brainstorming (sì, potete ringraziare o maledire lui per tutte quelle riunioni con i post-it 😅).
L’idea di base del CPS è semplice ma potentissima: la creatività non è un caos ingestibile, ma un percorso a tappe ben definite. In pratica, ti prende per mano e ti guida:
- Chiariamo l’obiettivo: Cosa vogliamo ottenere davvero?
- Raccogliamo i fatti: Cosa sappiamo su questo argomento?
- Definiamo il problema: Qual è la vera sfida da superare?
- Generiamo idee: Qui parte il brainstorming selvaggio!
- Troviamo la soluzione: Selezioniamo e rafforziamo le idee migliori.
- Applichiamo: Mettiamo in pratica il piano.
È un metodo che va dritto al punto, molto pragmatico. Io, però, trovo che a volte spinga a cercare soluzioni un po’ troppo in fretta. Per questo lo “contamino” con il PAPSA, che insiste tantissimo sulle prime due fasi: capire e analizzare a fondo, prima ancora di pensare a produrre qualcosa.
La mia ricetta creativa (ispirata al PAPSA)
Lasciate che vi accompagni nel mio laboratorio mentale. Quando devo creare qualcosa di nuovo, seguo questi passi, che si sposano perfettamente con le fasi del PAPSA.
Fase 1: Percezione (o “Cosa diavolo vuole il cliente?”)
Il primo passo è capire l’obiettivo. Sembra banale, ma come diceva Jaoui, spesso scambiamo i sintomi per il problema. Se un’azienda mi chiede uno speech sul feedback, il mio obiettivo non è solo “parlare del feedback”.
È “far sì che le persone escano da quella sala con la voglia di dare e ricevere feedback in modo costruttivo, magari senza scatenare una guerra civile in ufficio”. Devo percepire la vera necessità, l’emozione da suscitare, l’obiettivo concreto. È una fase di ascolto e di esplorazione.
Fase 2: Analisi (o “La fase del topo da biblioteca”)
Una volta capito dove devo andare, devo riempire il serbatoio. E qui inizia la parte che molti sottovalutano. Se devo parlare di feedback, leggo un bel po’ di libri diversi sull’argomento, riapro gli appunti sugli esercizi che faccio fare in aula, mi confronto con alcuni miei colleghi, chiedo ai responsabili dell’azienda che modelli di feedback usano ecc ecc… Se devo scrivere un pezzo sull’energia nucleare (storia vera!), leggo saggi a favore e saggi contro per avere una visione a 360 gradi.
In questa fase, il cervello sembra in modalità “standby”, ma è una bugia. Sta lavorando come un matto nel backstage, metabolizzando informazioni, creando connessioni inaspettate. È come lasciare un impasto a lievitare: non vedi nulla, ma la magia sta accadendo. 🧠
Fase 3: Produzione (o “Mercatino delle pulci!”)
Questa è la fase che tutti associano alla creatività: il brainstorming. Qui vale una sola regola: quantità batte qualità.
Spesso la faccio con i miei autori, e l’obiettivo è produrre un volume enorme di materiale: battute, idee, aneddoti, metafore strampalate.
Potremmo chiamarlo il momento del “grande mercatino delle pulci mentale”.
Si mette sul banco ogni cosa trovata in soffitta negli anfratti più polverosi: l’antiquariato di valore (l’idea geniale), il vinile un po’ graffiato (l’idea buona ma da sistemare), e la collezione di tappi di bottiglia del 1982 (l’idea che sembrava fantastica allora, ma forse è meglio lasciar perdere).
Qui vale una sola regola: non si giudica nulla. Si accumula. Più materiale c’è, più è probabile che in mezzo si nasconda un tesoro.
Fase 4: Selezione (o “Da accumulatore seriale a curatore del museo”)
Ok, il nostro mercatino delle pulci mentale è stracolmo di roba. Ora dobbiamo passare dalla modalità “accumulatore compulsivo” a quella di “curatore di un museo super esclusivo”. È il momento di accendere la luce al neon e ispezionare ogni pezzo con la lente d’ingrandimento.
Prendiamo in mano ogni idea e le facciamo il terzo grado, come un buttafuori severo all’ingresso di un club: “Tu, battuta, sei davvero divertente o sei solo la cugina imbarazzante di una battuta che funziona?”. “E tu, aneddoto, sei interessante per tutti o solo per mia zia?”. “Tu, concetto complesso, ti fai capire o hai bisogno di un interprete?”.
È un lavoro di potatura spietato ma necessario. Si tagliano le parti deboli, si fondono due idee così-così per crearne una eccezionale, e si mettono insieme i pezzi migliori finché non si ha un discorso o un monologo che fila liscio come l’olio.
Le idee che non superano la selezione vengono gentilmente accompagnate all’uscita. Non sono cattive idee, semplicemente non sono adatte questa volta.
Ad esempio: le battute che posso fare in tv sono diverse da quelle che posso fare in teatro dove posso permettermi tempi più lunghi. Quindi la selezione dei materiali avviene tenendo conto del contesto in cui il mio speech verrà fatto, del target di pubblico e così via.
Fase 5: Applicazione (o “La prova del budino è mangiarlo”)
Hai scritto il pezzo più coinvolgente della storia? Ne sei sicuro? L’unico modo per saperlo è testarlo.
Per i comici questa fase si chiama “laboratorio”. Sono serate, spesso in locali con biglietti a bassissimo costo (giusto per tenere lontani i disturbatori professionisti), in cui poter provare il materiale nuovo davanti a un pubblico vero.
Il patto è onesto: tu non paghi un biglietto intero, e io potrei non farti sbellicare a ogni battuta. È una verifica sul campo, fondamentale.
Lo stesso avviene nella preparazione di uno speech per un TED: lo si prova e riprova davanti ai coach e agli altri speaker per raccogliere feedback e perfezionarlo. Solo così si può capire se funziona!
Ma la gente ha ancora la soglia di attenzione per seguirmi?
“Tutto molto bello,” direte voi, “ma oggi la gente ha una soglia di attenzione di 8 secondi, meno di un pesce rosso!”. Calma.
Questa è una delle leggende metropolitane più dure a morire, nata da uno studio di Microsoft del 2015 poi ampiamente travisato.
La realtà è che non esiste una “durata media dell’attenzione” universale.
L’attenzione è selettiva.
La gente non ha perso la capacità di concentrarsi: ha perso la pazienza per le cose noiose e mal strutturate. Se offri qualcosa di coinvolgente, ben costruito e significativo, ti seguiranno per ore. (Avete presente le maratone di serie TV, no?).
La vera sfida non è combattere una presunta soglia di attenzione, ma guadagnarsela. E un metodo come il PAPSA serve proprio a questo: a costruire un’esperienza così solida e interessante che l’attenzione del pubblico non sarà un problema, ma una conseguenza.
La creatività, quindi, non è assenza di regole, ma la capacità di costruire la struttura perfetta per far volare le idee.
E se le riunioni nella vostra azienda continuano a essere senza caffè (metaforicamente e non), e i brainstorming assomigliano più a una seduta spiritica in cui si attende invano un’idea dall’aldilà, forse è il momento di cambiare metodo.
Io porto la struttura e le battute. Il caffè, però, mettetecelo voi. 😉








