L’idea che l’essere umano abbia la soglia di attenzione di un pesce rosso è stata smentita più volte: la verità è che esistono molti tipi diversi di attenzione, ciascuno con le sue regole e i suoi meccanismi
A volte quando leggiamo un articolo, ci rendiamo conto che gli occhi scorrono le righe ma la testa è già altrove, persa a chiedersi se le piante grasse provino solitudine…
Non sentitevi in colpa. Benvenuti nel club dei “Domatori di Attenzione”, un gruppo di esseri umani che ogni giorno si avventura nella savana delle distrazioni cercando di catturare una creatura mitologica e sfuggente: la nostra soglia di attenzione. 🦄
Molti la descrivono come un Pokémon timidissimo, con una capacità di concentrazione pari a quella di un pesce rosso. Anzi, peggio!
Non so se conoscete la leggenda metropolitana secondo cui la nostra soglia di attenzione sarebbe crollata a 8 secondi, meno di quella di un pesciolino. Bene: è una bufala, smentita più volte. La verità è molto più complessa e, onestamente, più affascinante.
La realtà è che non esiste un solo tipo di attenzione. Ce ne sono decine, ognuna con le sue caratteristiche: un vero e proprio bestiario. C’è l’attenzione selettiva, quella sostenuta, quella divisa… Insomma, non stiamo dando la caccia a un singolo mostriciattolo, ma a un’intera famiglia allargata di strane creature!
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Il safari dell’attenzione: perché è così difficile?
Catturare l’attenzione (la nostra e quella degli altri) è un’arte perché le variabili in gioco sono tantissime.
Eh sì, perché il successo non dipende solo dalla vostra abilità, ma da un sacco di altri fattori.
Ve ne dico qualcuno…
- L’interesse personale: siete a un concerto del vostro artista preferito o a una convention aziendale dove vi hanno obbligato a presenziare? Nel primo caso, la vostra attenzione è lì, che vi mangia dalle mani. Nel secondo, è una creatura selvatica che scappa al primo sbadiglio. Ecco perché gli artisti vengono pagati molto di più per gli eventi aziendali: devono conquistare un pubblico che non li ha scelti (semmai lo hanno fatto i responsabili dell’azienda). Insomma si trovano davanti un pubblico che dovranno “conquistare”.
- La stanchezza: come diceva il grande Jannacci, “non puoi combattere contro la fisiologia”. Se un pubblico ha fame o sonno, potete essere anche il più grande showman del mondo, ma la loro attenzione sarà reattiva come un ghiro a febbraio. Il cervello, quando è stanco, va in modalità risparmio energetico, e l’attenzione è la prima cosa che taglia. 😴
- Il contesto: mi è capitato, agli inizi della mia carriera, di esibirmi su un palco con, a pochi metri, le giostre o i fuochi d’artificio che partivano all’improvviso. In quei momenti, il mio monologo diventava il sottofondo di uno spettacolo molto più interessante. Le distrazioni ambientali sono come tentare di acchiappare un Pokémon con un retino bucato: uno spreco di energie.
Manuale del perfetto “mentalista”: Attenzione Volontaria vs. Automatica
Ok, abbiamo capito che il contesto è un caos. Ma come facciamo, nel concreto, a gestire queste creature mentali? I grandi psicologi, come Paolo Legrenzi e Carlo Umiltà nel loro illuminante libro Una cosa alla volta, ci insegnano che per comunicare efficacemente dobbiamo imparare a muoverci tra due forme di attenzione diverse.
Da una parte c’è l’attenzione volontaria, quella che mettiamo in campo quando decidiamo di concentrarci su un discorso, un libro o un film. È lo sforzo cosciente di dire a noi stessi: “Ok, adesso mi dedico solo a questo (non ci sono per nessuno!)”. È una scelta che richiede energia, perché significa isolare tutto ciò che disturba e seguire con determinazione una linea logica.
Dall’altra c’è l’attenzione automatica, una sorta di sentinella interna che non possiamo spegnere. Funziona in maniera istintiva, pronta a reagire a qualsiasi stimolo improvviso: un rumore secco, un movimento improvviso, una luce che cambia. Non è frutto di una decisione, ma di un meccanismo antico che ci ha permesso di sopravvivere quando in giro c’erano predatori pronti a saltarci addosso (intendo animali preistorici, non intendo esattori delle tasse o ex insistenti).
Il segreto di chi sa comunicare bene non è cercare di contrastare questa attenzione automatica, ma sfruttarla. È come avere due cavalli: uno che va guidato con le redini, l’altro che corre da solo appena sente un rumore. Il bravo comunicatore li fa lavorare insieme, trasformando la distrazione potenziale in un alleato per mantenere viva la concentrazione.
Un esempio pratico? Immaginate di non trovare il cellulare. Potreste fare appello all’attenzione volontaria e sforzarvi di ricordare l’ultimo posto in cui lo avete visto. Oppure potete prendere un altro telefono e chiamarvi: il suono, catturando la vostra attenzione automatica, vi porta dritti al punto in pochi secondi. Ed ecco che la magia è servita. ✨
Le tecniche del domatore di attenzione
Nelle mie performance o nei miei speech, non combatto la natura del pubblico. La cavalco, tipo toro meccanico! Ecco qualche “mossa” che uso per tenere tutti agganciati, senza bisogno di lanciare caramelle:
- Uso sapiente del corpo: se resto immobile, dopo un po’ divento parte dell’arredamento. Ma se mi muovo con uno scopo – avvicinandomi al pubblico (prossemica), usando una gestualità che sottolinea ciò che dico – catturo la loro attenzione automatica e la riporto sul mio messaggio. Attenzione: muoversi troppo e a casaccio è controproducente, distrae!
- Variazioni di ritmo e tono: una voce monotona è una ninna nanna. Cambiare tono, fare pause, accelerare: sono tutti stimoli sonori che risvegliano la “sentinella” del pubblico.
- I ganci emotivi: il neuroscienziato John Medina, nel suo libro Brain Rules, suggerisce che in un contesto di apprendimento l’attenzione sostenuta dura circa 50 minuti… ma solo se ogni 10 minuti si inserisce un “gancio emotivo”: una battuta, un aneddoto personale, una domanda spiazzante. È come offrire un piccolo sorso di caffè alla mente per mantenerla in forma.
- Interazione: fare una domanda diretta, creare un piccolo sondaggio a mano alzata, usare lo sguardo per connettersi con le persone in sala. Questo li trasforma da spettatori passivi ad attori coinvolti.
E il multitasking? Quello direi che possiamo lasciarlo per un altro articolo.
Per ora, il messaggio è chiaro: smettiamo di pensare alla nostra attenzione come a un difetto di fabbrica. È solo una creatura complessa che ha bisogno del domatore giusto.
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Siete arrivati fin qui? Allora forse c’è speranza! 🚀
Se state leggendo queste parole, significa che la vostra soglia di attenzione è ufficialmente superiore a quella di un pesce rosso. Congratulazioni! Avete appena dimostrato che la leggenda degli 8 secondi era, appunto, una leggenda. Siete ufficialmente pronti per la sfida finale.
Se questa caccia all’attenzione vi ha incuriosito e volete scoprire come applicare questi principi non solo sul palco, ma anche nelle riunioni di lavoro, nelle relazioni personali o semplicemente per comunicare meglio, allora ho qualcosa che fa per voi.
Tra gli speech che propongo agli eventi aziendali, a questo proposito, porto in scena “Cervello & Emozioni”, il primo speech di neurofisiologia comica che ci permette di capire come funziona la nostra mente e come possiamo utilizzarla per comunicare meglio e per costruire migliori relazioni con gli altri. È un viaggio divertente e scientifico per sbloccare il potenziale nascosto nel nostro cervello, trasformandovi in veri e propri “domatori” di menti (a partire dalla vostra).
Ci vediamo sul palco! 😉
Ma se desiderate saperne di più, contattatemi pure qui.








