Passare al lato verde della forza: la cultura green che non ti aspetti (e che funziona) | Diego Parassole

Passare al lato verde della forza: la cultura green che non ti aspetti (e che funziona)

La sostenibilità ambientale conviene: le imprese sostenibili crescono, innovano e attirano investimenti

Quando si parla di “essere green”, il pensiero corre subito a una caricatura ambulante: sandali biodegradabili, felpa in canapa ruvida come carta vetrata, pantaloni color palude con le tasche piene di semi… L’ecologia, nella sua versione da manuale, sembra sempre sinonimo di rinunce ascetiche e di un entusiasmo che farebbe sbadigliare anche un monaco tibetano.

Ma questa è solo la puntata pilota, girata male e con la sceneggiatura scadente. C’è un’altra trama, molto più avvincente: un “green” che non puzza di predica, ma di idee concrete, numeri solidi e perfino utili economici. Un “lato verde” che, invece di annoiare, sa trasformarsi in un motore di sviluppo. E sì, l’Italia su questo fronte si sta muovendo molto meglio di quanto si possa pensare.

Lo so, qualcuno starà già alzando gli occhi al cielo: “sarà la solita favoletta ecologista”. Ottimo, gli scettici sono il pubblico migliore! Perché adesso si entra nel laboratorio della sostenibilità che funziona davvero, quella che non vive di slogan da social, ma produce ricchezza, lavoro e futuro.

Leggi anche: C’era una volta un discorso noioso… Trasformalo con lo storytelling per un public speaking che incanta

Spoiler: l’Italia è una potenza green (davvero!)

Il nostro sistema Paese può vantare numeri che molti non si aspettano. Prendiamo l’intensità emissiva, un parametro che suona complicato ma che in sostanza misura quanto “sporchi” producendo ricchezza.

Ebbene, secondo un rapporto del Centro Studi Confindustria, pubblicato a marzo 2025, nel 2023 l’economia italiana ha emesso 0,12 kg di CO₂ per ogni dollaro di PIL.

La media del G20? Ben 0,32.

In pratica, noi facciamo girare una giostra con una pila stilo, mentre altrove serve una centrale elettrica!

E il settore manifatturiero, quello che immaginiamo grigio e fumante? Dal 2014 al 2023 ha tagliato le emissioni del 17,1%, risultando più pulito della media UE.

Ma il vero capolavoro è l’economia circolare. L’Italia eccelle nella produttività delle risorse: da ogni chilogrammo di materiale che usiamo, generiamo 3,60 € di valore, contro una media europea di 2,20 €. Siamo i re del “non si butta via niente”.

I rifiuti? Li trasformiamo in un’opportunità.

Nel 2022, sempre secondo il CSC, abbiamo riciclato il 53,3% dei rifiuti urbani, superando la media europea. E sugli imballaggi siamo dei veri fenomeni: 80,8% del vetro, 78% dei metalli, 54,6% della plastica.

Questo circolo virtuoso non solo fa bene al pianeta, ma crea anche lavoro: l’economia circolare vale il 2,7% del nostro valore aggiunto totale (contro il 2,3% europeo) e dà lavoro a oltre 613.000 persone. Avete capito bene: più di mezzo milione di persone il cui stipendio dipende dal fatto che voi separiate correttamente l’umido dal vetro. 🌱

C’è un però, un piccolo tallone d’Achille: siamo bravi a fare, meno a inventare.

Siamo abilissimi ad applicare pratiche sostenibili, ma un po’ meno a inventare le tecnologie che le rendono possibili. L’Italia registra solo 0,36 brevetti in ambito riciclo per milione di abitanti. Germania, Francia e Spagna ci battono.

Siamo come degli chef straordinari che cucinano piatti da tre stelle Michelin, ma usando i robot da cucina inventati da altri. Beh, sarebbe ora di iniziare a progettare anche le nostre pentole, che dite? 💡

Ok, ma funziona davvero? Chiedetelo al portafoglio

“Bello, belle parole”, potrebbero pensare i più disincantati…

“Ma alla fine, essere green paga o è solo un lusso per aziende con troppi soldi?”

La risposta arriva diretta dalla scienza e dal mercato, ed è un sonoro (ma a basso impatto ambientale) “SÌ!”.

Volete la prova del nove?

Uno studio del 2024 dell’Università di Trento sulle startup innovative italiane ha scoperto una cosa pazzesca: le startup “green” hanno una probabilità di sopravvivere più del doppio rispetto alle loro controparti non-green.

Esatto. Essere sostenibili non è un vezzo, è un salvavita per il business. Come una vita extra in un videogame!

Ma non è solo una questione di sopravvivenza. Gli investitori, che spesso hanno il fiuto di un cane da tartufo per i profitti, hanno capito l’antifona.

Una ricerca condotta sulle piccole e medie imprese italiane, dal titolo “Regional Research Intensity and ESG Indicators in Italy” ha dimostrato che quando un’azienda comunica in modo trasparente i suoi impegni ambientali e sociali (ESG), il mercato reagisce positivamente e in fretta.

Non stiamo parlando di greenwashing (iniziative ambientaliste di facciata solo per farsi un po’ di pubblicità), ma di impegni concreti. Gli annunci su iniziative ambientali e sociali, in particolare, fanno brillare gli occhi (e i portafogli) degli investitori.

Certo, la sostenibilità non è un monolite. C’è chi lo fa per motivi diversi.

Uno studio sulle imprese manifatturiere italiane di Kevin Pirazzi Maffiola, Daniela Bragoli, Giovanni Marseguerra ha notato che i fondi di private equity spingono molto sull’efficienza ambientale (riduzione degli sprechi, meno emissioni), perché vedono un chiaro ritorno economico e una riduzione dei rischi.

Gli studiosi hanno osservato che l’impatto positivo degli annunci legati alla sostenibilità è più evidente nelle aziende di dimensioni ridotte e in quelle che già mostrano una buona redditività. In questi casi, la coerenza tra le dichiarazioni pubbliche e le reazioni del mercato è più forte: gli investitori sembrano premiare soprattutto le imprese piccole e redditizie quando comunicano iniziative ambientali o sociali.

La proprietà femminile, invece, tende a concentrarsi di più sulla sostenibilità sociale interna, come il benessere dei dipendenti. È come una rock band dove il bassista si preoccupa del tour bus elettrico e la cantante si assicura che i roadie abbiano un contratto equo.

L’obiettivo comunque è comune: un concerto di successo e sostenibile, ma ognuno con il suo assolo preferito.

Leggi anche: La soglia dell’attenzione è come un Pokémon raro: come gestirla e catturarla prima che fugga (e senza usare lo smartphone) 

Quindi, come parliamo di tutto questo senza sembrare dei guastafeste?

Eccoci arrivati al punto. Se la sostenibilità è così vantaggiosa, perché ne parliamo sempre con il tono di chi sta annunciando la fine del mondo? Forse perché per decenni ci siamo concentrati solo sugli aspetti terrificanti, sui sensi di colpa e sulle rinunce.

Ma la ricerca ci dice che un approccio diverso è possibile. Uno studio intitolato “A Laughing Matter?” ha esplorato proprio questo: l’uso dell’umorismo per parlare di cambiamenti climatici.

E sapete che cosa ha scoperto?

Che la commedia può essere un veicolo potentissimo per rendere argomenti complessi più accessibili, creare connessioni emotive e persino motivare all’azione. L’ironia non banalizza il problema: lo rende umano, comprensibile, e ci permette di affrontarlo senza essere paralizzati dall’ansia.

È esattamente la filosofia che applico quando le aziende mi chiamano per parlare di questi temi. Se state pensando: “Va bene, ma come ne parlo ai miei colleghi senza che tirino fuori lo smartphone dopo tre minuti?”, ho la soluzione.

Il mio speech, “Stanno arrivando i cambiamenti climatici e non ho niente da mettermi!“, ad esempio, è pensato proprio per questo: esplorare l’ecologia quotidiana con un approccio che è tanto divertente quanto scientificamente solido. Parliamo di cambiamenti climatici, inquinamento e sostenibilità, ma lo facciamo con aneddoti, dati sorprendenti e un’ironia che vi farà ridere e riflettere.

Perché passare al lato verde della forza non significa diventare noiosi. Significa diventare più furbi, più resilienti e, sì, anche più competitivi.

Unitevi al lato verde. Abbiamo un futuro economico sostenibile da costruire. Per saperne di più, scrivetemi ora! 😉

Conosciamoci meglio!

GUARDA IL NUOVO SPEECH!

Comunicazione Efficace