Tra dati scientifici e storie di vita quotidiana, l’umorismo emerge come l’antidoto efficace contro la noia che minaccia ogni riunione e ogni speech
Esiste un rito nel mondo del lavoro che unisce impiegati, manager e dirigenti in un’unica, silenziosa sofferenza: la presentazione PowerPoint infinita.
La sceneggiatura è quasi sempre la stessa: una sala riunioni gremita di gente assonnata che reprime a fatica raffiche di sbadigli, mentre sul proiettore si staglia la slide numero 47 di 112.
Il relatore parla con lo stesso entusiasmo con cui si leggerebbe l’elenco telefonico di una città disabitata. Le palpebre diventano così pesanti da rimpiangere la cura Ludovico stile Arancia Meccanica e l’unica cosa che impedisce il crollo in un sonno comatoso è il timore di russare.
Ecco, questo scenario è per il public speaking aziendale quello che un piatto di verdure bollite e scondite è per la gastronomia: tecnicamente nutriente, ma emotivamente devastante.
Io di mestiere combatto questa epidemia di noia. Faccio speech in eventi aziendali e cerco di parlare di argomenti serissimi – come neuroscienze e crisi climatica – usando l’umorismo per coinvolgere il pubblico, alleggerire la complessità e lasciare il segno.
A questo proposito, sapete qual è la domanda che mi sento fare più spesso?
“Ma si può davvero scherzare in un contesto formale?”.
La mia risposta è sempre la stessa: “Sì, si deve. Ma occorre saperlo fare”.
No, non lo dico perché amo il rischio, ma perché la scienza mi dà ragione.
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Il cervello in modalità “divertimento”: perché una risata vale più di mille slide
Sappiate che quando il nostro cervello si annoia, entra in modalità risparmio energetico. È una forma di autodifesa. Ma quando ridiamo, succede qualcosa di magico. Come spiegano brillantemente in un video della Stanford Graduate School of Business, l’umorismo non è un accessorio, è un’arma strategica.
Una battuta ben piazzata scatena un party neurochimico nel cervello del pubblico: si rilasciano dopamina (il neurotrasmettitore del piacere) ed endorfine (i nostri “antidolorifici” naturali). In pratica, state offrendo ai vostri ascoltatori una micro-dose di felicità (è legale, tranquilli).
Il risultato? Loro si sentono bene, voi sembrate più simpatici, la tensione si scioglie e, soprattutto, l’attenzione schizza alle stelle.
Ma c’è di più. Qui entra in gioco la psicologa Barbara Fredrickson con la sua geniale “Teoria dell’ampliamento e della costruzione”, spiegata nel suo studio del 1998 “What Good Are Positive Emotions?, (niente paura, è più semplice di quanto sembri).
Secondo la Fredrickson, le emozioni negative (come la paura o l’ansia) ci chiudono in un tunnel: vediamo solo il problema.
Le emozioni positive, come la gioia o l’interesse stimolati da una risata, fanno l’esatto opposto: ampliano il nostro repertorio di pensieri e azioni.
In parole povere: se vi faccio ridere, il vostro cervello diventa più creativo, più aperto a nuove idee e più capace di risolvere problemi. Una risata non solo rende il mio messaggio più memorabile (come confermano studi delle università della Pennsylvania e dell’Ohio), ma vi rende letteralmente più intelligenti in quel momento.
Ovviamente c’è risata e risata. Vedere su TikTok video di pinguini che scivolano sul ghiaccio sulle note di Benny Hill può regalarci momenti di leggerezza, ma non credo possa essere utile ai nostri obiettivi aziendali…🧠🆘
L’incubo della barzelletta: come stanare il ridicolo nella vita di tutti i giorni
Ok, ma come si fa a essere divertenti senza sembrare l’imbarazzante zio un po’ alticcio che al pranzo di Natale snocciola le solite barzellette sui carabinieri?
Innanzitutto si dovrebbe diventare dei “cacciatori di ridicolo”.

L’idea, proposta da Al Wiseman in un brillante TEDx, è semplice: non serve essere comici, basta essere buoni osservatori. La vita di tutti i giorni è una miniera d’oro di assurdità.
Il tentativo tragicomico di costruire una cuccia per il cane, la fuga isterica per sfuggire all’attacco di un’ape e il successivo capitombolo che neanche Rezzonico, il collega che in call ha uno sfondo palesemente finto mentre il suo gatto gli rovescia il caffè bollente addosso.
Queste non sono barzellette, sono storie vere, autentiche, in cui tutti possono riconoscersi. Il segreto è osservare queste stranezze, catturarle, e usarle per creare un’analogia o un ponte con il vostro argomento. L’autoironia è la vostra migliore amica: raccontare una vostra piccola, ridicola sconfitta vi rende umani, vulnerabili e incredibilmente più vicini al pubblico.
Come diceva Oscar Wilde: Se vuoi dire la verità, fallo ridendo, altrimenti potresti essere ucciso. E se la verità è che i dati della trimestrale sono un po’ deludenti, forse è meglio dirlo con un sorriso, magari paragonandoli alla vostra ultima performance a calcetto.
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L’umorismo come antidoto alla noia (anche per la scienza)
Diane Bjorklund, analizzando un club di public speaking, ci regala un concetto fondamentale: il dignified joking, ovvero lo scherzare con dignità. L’obiettivo non è trasformare la presentazione in un cabaret, ma usare l’umorismo in modo strategico per raggiungere uno scopo preciso: stabilire un rapporto con il pubblico.
La noia, in fondo, è l’assenza di relazione. Se lo speaker è una figura distante che snocciola dati, il pubblico si disconnette. Il dignified joking è l’antidoto a questa distanza. È la battuta intelligente, l’autoironia garbata, l’osservazione arguta che costruisce un legame di fiducia ed empatia tra chi parla e chi ascolta.
Non serve a sabotare la serietà del messaggio, ma a sconfiggere il suo nemico naturale: la noia, che impedisce a qualsiasi contenuto, anche al più importante, di arrivare a destinazione. È lo strumento che trasforma un monologo noioso in un dialogo coinvolgente.
Poi c’è Ezeriki Emetonjor, che ha fatto qualcosa di meravigliosamente nerd: ha messo dei misuratori di battito cardiaco ai polsi degli studenti mentre tenevano un discorso per vedere l’effetto dell’umorismo. Il risultato è un affascinante paradosso.
Mentre una battuta ben riuscita rilassa il pubblico, facendolo uscire dal torpore della noia, essa provoca un picco di stress momentaneo nello speaker. È il brivido di chi si espone, l’attimo di vulnerabilità in cui ci si chiede: “E se non ride nessuno?”.
Questo studio ci svela la vera dinamica della lotta alla noia. Di fronte a un pubblico annoiato – passivo, distratto, mentalmente altrove – l’umorismo è una scossa elettrica che riattiva l’attenzione e crea un’onda di benessere.
Ma questa magia ha un prezzo. Per combattere la noia del pubblico, lo speaker deve accettare un piccolo, controllato momento di panico. Quel picco di stress non è un difetto, ma il segno che si sta rischiando qualcosa per un bene superiore: evitare la morte per noia della propria presentazione. È un sacrificio sull’altare dell’engagement.
Se vuoi farti ricordare, smetti di annoiare e inizia a intrattenere in modo intelligente
La paura di usare l’umorismo in azienda è comprensibile. Temiamo di perdere credibilità, di sembrare poco professionali, di fare una figuraccia colossale. Ma essere brillanti non significa improvvisarsi grandi mattatori. Significa usare l’intelligenza per creare connessioni, per rendere concetti complessi accessibili e, francamente, per rendere il lavoro un posto un po’ meno grigio.
Io lo faccio parlando di temi che di solito fanno aggrottare le sopracciglia: la sostenibilità, l’economia circolare, il funzionamento del nostro cervello. E lo faccio usando la precisione dei dati scientifici e la potenza emotiva di una risata.
Se una battuta può aiutare qualcuno a ricordare perché separare l’umido dal vetro è un gesto rivoluzionario, allora quella battuta ha fatto il suo dovere.
Quindi, la prossima volta che organizzerete un evento aziendale, vi troverete davanti a un bivio. Da una parte c’è la via sicura ma soporifera del PowerPoint monocolore. Dall’altra, la scommessa di trasformare quella presentazione in qualcosa di cui il vostro team parlerà ancora il giorno dopo davanti alla macchinetta del caffè.
Se l’obiettivo è spuntare una casella, le 112 slide andranno benissimo. Ma se volete lasciare un’impronta, toccare le corde giuste e far sì che un messaggio complesso diventi un’idea contagiosa, allora forse non vi serve un altro relatore. Vi serve un performer.








