Come imparare a parlare in pubblico? Facile: immagina tutti nudi! (Spoiler ci sono metodi migliori) | Diego Parassole

Come imparare a parlare in pubblico? Facile: immagina tutti nudi! (Spoiler: ci sono metodi migliori)

Una fobia più diffusa di quella per i ragni e le altezze, che affonda le sue radici nel nostro cervello preistorico e oggi ostacola carriere e occasioni importanti

Siete a una festa e finalmente scocca l’ora tanto attesa: il karaoke!

Scegliete il vostro cavallo di battaglia, magari “Bohemian Rhapsody” dei Queen. Prendete il microfono, con l’aiuto di qualche drink, vi sentite Freddie Mercury reincarnati. La musica parte, la folla è con voi. State per lanciare l’acuto finale, quello che farà la storia della serata… e la base si interrompe di colpo.

Silenzio tombale. Resta solo la vostra voce, nuda e cruda: un miagolio strozzato di un micetto terrorizzato. Tutti gli occhi sono su di voi.

Ecco, quella sensazione di esposizione totale, quel desiderio cosmico di essere risucchiati da un buco nero tascabile, è una versione con lustrini e paillettes della glossofobia. La paura di parlare in pubblico.

È quel momento esatto in cui il cuore batte al ritmo di un martello pneumatico, le mani diventano due spugne e la lingua si trasforma in un pezzo di stoccafisso secco. E proprio lì, un attimo prima di salire sul palco, arriva il consiglio dell’amico geniale: “Ue, tranquillo, immaginali tutti nudi!

Grazie, amico. Ora non solo ho l’ansia, ma anche l’immagine disturbante del mio capo, il signor Brambilla del reparto contabilità, in tutto il suo pallido splendore. Spoiler: non aiuta.

Che poi mi son sempre chiesto, ma se uno deve parlare a un congresso di nudisti e gli viene la strizza che fa? Se li immagina vestiti? Boh, mistero.

Mi consola il fatto di non essere il solo a trovare assurdo questo consiglio.

Anche secondo lo psicologo Ethan Kross dell’Università del Michigan, questa tecnica è una pessima idea. Se ci pensate bene, il vostro cervello, già impegnato a non mandare il corpo in arresto cardiaco, deve pure sprecare preziose risorse cognitive per immaginare centinaia di persone senza vestiti.

Diciamocelo: è una ricetta per il disastro. 🤯

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Il club dei “No, il palco no, grazie”

Se l’idea di parlare a una folla vi fa venire voglia di rifugiarvi dentro uno sgabuzzino, sappiate che siete in ottima compagnia. La glossofobia (che suona come una malattia esotica che si prende limonando con i babbuini) è una delle fobie più diffuse al mondo.

Un survey della Chapman University ha rivelato che per il 25% delle persone è una vera e propria fobia. C’è chi teme di più un microfono che i ragni o le altezze. Molti preferirebbero affrontare un ragno gigante in cima a un grattacielo piuttosto che presentare le slide del budget trimestrale.

Ma perché? Il nostro cervello è ancora parzialmente cablato come quello dei nostri antenati cavernicoli. Per loro, essere giudicati ed esclusi dal gruppo non significava perdere un follower su Instagram, ma diventare lo spuntino di una tigre dai denti a sciabola.

Quel terrore dell’esposizione e del giudizio è ancora lì, nel nostro sistema limbico, che non distingue tra una belva feroce e l’amministratore delegato con il sopracciglio alzato. Ecco perché il vostro corpo reagisce attivando la modalità “combatti o fuggi”, anche se dovete solo spiegare un grafico a torta.

Il paradosso del palco: cosa NON fare e cosa funziona

Pensiamo allo scenario peggiore.

Decidete che il public speaking non fa per voi. Rifiutate la presentazione, lasciate che il vostro collega si prenda il merito del progetto, evitate le riunioni in cui dovreste intervenire. Vi vestite di grigio scuro per mimetizzarvi con l’arredamento dell’ufficio e passare inosservati…

Risultato?

La paura, invece di diminuire, si gonfia come un soufflé troppo cotto.

Praticamente è come se diceste al vostro cervello:

“Vedi? Avevo ragione, è una cosa pericolosissima!”

Così, quella piccola ansia diventa un mostro che preclude opportunità di carriera e di crescita. Tristissimo.

Scenario migliore, che mi auguro prevalga:

accettate il fatto che l’ansia c’è. Non la combattete, anzi la invitate a prendere uno spritz.

Secondo Matt Abrahams, professore di Comunicazione strategica alla Graduate School of Business della Stanford University, l’ansia nel parlare in pubblico non va eliminata, ma gestita. È una reazione naturale che segnala che ciò che stiamo per dire ha valore. Per tenerla sotto controllo, bisogna agire su corpo e mente.

Dal punto di vista fisico, può aiutare fare respiri profondi e lenti, perché rallentano il battito cardiaco e rilassano i muscoli. Muovere le braccia con gesti ampi e controllati permette di scaricare la tensione e comunicare più sicurezza. Un trucco in più consiste nel raffreddare i palmi delle mani, ad esempio appoggiandoli su una superficie fredda: questo contribuisce a calmare il sistema nervoso e a ridurre l’agitazione.

Mentalmente, serve accogliere l’ansia invece di combatterla: “È normale essere nervosi”. Avere una struttura chiara del discorso (come what–so what–now what) e coinvolgere il pubblico distoglie l’attenzione da sé. Parlare in pubblico non è una performance perfetta, ma una conversazione!

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6 strategie per domare l’ansia di parlare in pubblico

  • Parlate al vostro cervello (con la mindfulness)
    Prima ancora di pensare al discorso, pensate al vostro stato mentale. Tecniche come la mindfulness e la meditazione non servono a svuotare la mente, ma a osservare i pensieri senza lasciarsi travolgere, come dice la psicologa Kristen Hamling nel suo articolo “Scared of Public Speaking?”. Provate così: sedetevi tranquilli per un po’ di tempo e respirate. Quando arriva il pensiero “Faremo una figura terribile!”, non scacciatelo. Osservatelo, salutatelo (“Ciao, pensiero catastrofico!”) e lasciatelo andare, come una nuvola passeggera. La respirazione diaframmatica calma il sistema nervoso e comunica al cervello che non c’è nessuna tigre in agguato. È il telecomando biologico per abbassare il volume del panico.
    Nota importante per chi volesse provarci: la mindfulness è una pratica che richiede esercizio. È un percorso che richiede un allenamento costante.
    Se voi non avete mai praticato questa forma di meditazione e 5 minuti prima di andare in scena, vi dite: “Sono nel panico più totale”, e vi mettete a respirare cercando di osservare i vostri pensieri, non funzionerà. Insomma questa è una strategia adatta a chi nel “mondo mindfulness” bazzica già da tempo. Se appartenete a questa categoria di persone, un po’ di meditazione di consapevolezza vi sarà assolutamente utile.

 

  • Meglio la terza persona della prima!
    Uno studio pubblicato dal Journal of Personality and Social Psychology, condotto su oltre 500 persone, ha dimostrato che parlare a sé stessi usando il proprio nome o la terza persona, invece del classico “io”, aiuta a gestire meglio lo stress sociale. Questo semplice cambio di linguaggio favorisce il distanziamento emotivo, riduce l’ansia e migliora la performance, ad esempio durante un discorso in pubblico o un primo incontro importante. Chi adotta questa forma di auto-dialogo si sente meno minacciato dalle situazioni difficili e affronta con maggiore lucidità gli eventi stressanti.
    “Ok, vi chiederete, ma cosa devo dirmi?” Ditevi che siete energici, carichi, che siete pronti per la sfida.
    Sfruttate l’adrenalina che avete in corpo a vostro favore. Sì, perché è normale avere un’attivazione fisica prima di uno speech. Se vi racconterete che siete in ansia, che quella che sentite è paura, questo esercizio non vi servirà. Anche questa è una tecnica che si apprende. Riprenderemo questo tema più avanti. Intanto se volete approfondire date un occhio alla teoria costruttivista delle emozioni di Lisa Feldman Barret.

 

  • Allenatevi come rockstar (anche in pigiama)
    Provare il discorso non significa rileggerlo mentalmente. Significa farlo davvero. In piedi. A voce alta. Gesticolando. Provatelo davanti al gatto (giudicherà in silenzio, ma è un ottimo alleato per allenarsi all’indifferenza). Registratevi e riascoltatevi. Può sembrare imbarazzante, ma è come andare in palestra: i risultati si vedono solo se si suda.
    E se vi viene voglia di guardarvi allo specchio mentre provate?
    Il mio consiglio è di lasciar stare: rischiereste di passare il tempo a giudicarvi e e questo potrebbe scoraggiarvi o addirittura bloccarvi. Si migliora poco per volta. Concedetevi il tempo di migliorare, una prova dopo l’altra.

 

  • Non imparate a memoria, non siete più alle medie
    Imparare a memoria è una trappola. Basta dimenticare una parola e crolla tutto. Non vi è bastata quella volta con la poesia di D’Annunzio alle medie? Meglio costruire una mappa mentale con 3-5 punti chiave. Sapete dove volete arrivare, ma scegliete la strada sul momento. Le slide? Pochissimo testo. Devono guidarvi, non leggervi il copione.
    Perché dico non imparate a memoria? Perché se non siete degli attori professionisti rischiate di andare in scena ed essere meccanici, privi di naturalezza. Ed “Essere naturali è la cosa più difficile che ci sia”, come diceva Oscar Wilde… o quello che ha messo su il sito di aforismi dove ho trovato questa citazione.
    Se avete tempo: provate, provate e riprovate ancora il vostro speech. E’ quello che chiedo di fare alle persone che lavorano con me per la preparazione di un TEDx.
    Alla fine vi accorgerete che – miracolo! – il testo l’avete imparato a memoria, ma senza “impararlo a memoria”!
    E quando dico “provate e riprovate” intendo utilizzate anche i gesti e i colori della voce che userete in scena. Tutto questo contribuirà a creare una MEMORIA MUSCOLARE, in cui le parole saranno legate ai gesti e ai suoni. Insomma sarà il vostro corpo a ricordarvi tutto quello che dovrete fare in scena. E – miracolo numero due – vi permetterà di apparire assolutamente naturali.

 

  • Abbracciate l’imperfezione
    Durante uno speech, è caduto il microfono con un tonfo. Panico. Ma è bastato dire: «A quanto pare, la gravità funziona ancora. Ottima notizia per la scienza». Risate generali, ghiaccio rotto. Gli errori vi rendono umani. La perfezione è noiosa, da robot. 💪

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Il gran finale: smettila di immaginare e inizia a comunicare sul serio

L’arte di parlare in pubblico non è una dote mistica con cui si nasce. È un’abilità che si costruisce nel tempo. Si tratta di smettere di concentrarsi sulla paura e iniziare a focalizzarsi sul valore che potete dare agli altri.

Ora, se l’idea di visualizzare il tuo team nudo per il prossimo meeting aziendale vi sembra ancora un piano vincente, forse dobbiamo fare una chiacchierata più approfondita…

Ma se invece volete scoprire come trasformare l’ansia in energia, come usare le storie per rendere memorabile qualsiasi argomento e capire perché il nostro cervello reagisce in modi così bizzarri (e come sfruttarlo a nostro vantaggio), allora forse è il caso di sentirci. 🎤

Ho creato un metodo che unisce neuroscienze, comicità e tecnica teatrale per aiutarvi a fare una cosa sola: comunicare davvero.

Nei miei percorsi di formazione non si recita a memoria, si vive. Si lavora su voce, corpo, emozioni e presenza. Non vi insegno a parlare bene, vi insegno a lasciare il segno. Che siate manager, imprenditori o speaker in cerca della vostra voce, costruiremo insieme un percorso su misura, pratico, coinvolgente e soprattutto efficace.

Non vi chiederò mai di immaginare nessuno nudo (né di immaginare me, per favore 🙏), ma vi prometto che rideremo, impareremo qualcosa di utile e, alla fine, avrete un po’ meno voglia di lanciare il microfono contro il muro e rinchiudervi dentro uno sgabuzzino.

Perché comunicare non è una performance, è una connessione. E si fa molto meglio da vestiti.

Conosciamoci meglio!

GUARDA IL NUOVO SPEECH!

Comunicazione Efficace