Giochi di ruolo, cene con delitto, gare di cucina e perfino aperitivi tattici: ogni attività diventa un pretesto per scoprire la parte migliore dei colleghi (e aumenta la produttività)
È lunedì mattina. Ci sono più sbadigli di una scolaresca in visita a Montecitorio. Negli occhi la stessa voglia di vivere che ho io quando mia moglie “mi regala” una giornata all’IKEA.
Qualcuno sorseggia un caffè che sembra più un atto di sfida che di piacere. Sul proiettore, la prima di 87 slide intitolata “Analisi KPI Q3” sta per mietere la sua prima vittima, addormentata sulla sedia.
Poi, l’inaspettato. Il capo entra con una scatola gigante di Lego.
“Oggi,” annuncia con un sorriso a 32 denti, “costruiamo il Colosseo. Insieme”.
Silenzio.
Sguardi confusi.
“Ma il Colosseo com’era prima o com’è adesso?” ti chiede un collega.
“Ma i parcheggiatori abusivi vestiti da gladiatori ce li mettiamo?”, domanda un altro.
Poi, un timido “click” di un mattoncino. E un altro. In pochi minuti, il mormorio depresso si trasforma in un chiacchiericcio vivace.
Il team si rende conto di essere in sintonia, di lavorare bene insieme: “Siamo fortissimi, fateci costruire il Ponte sullo Stretto di Messina, la prossima volta. QUELLO VERO!”, esagera qualcuno preso dall’entusiasmo.
La domanda sorge spontanea, tra un pezzo grigio chiaro e uno grigio scuro (ovviamente diversissimi…🤔): questa genialata estemporanea è solo un modo per procrastinare l’inevitabile agonia del meeting o c’è sotto qualcosa di più?
Ve lo dico io, che di aziende ne vedo tante: sì, c’è sotto molto di più. Ma non è magia, è “formazione esperienziale”.
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Cervelli in fuga sì, ma dalla solita routine
La “formazione esperienziale” suona come qualcosa di terribilmente noioso, lo so. Sembra il nome di un corso di aggiornamento obbligatorio. In realtà, è il contrario.
È l’idea, nata negli anni ’40 grazie a un pedagogista tedesco di nome Kurt Hahn (il nonno spirituale di tutte le cacce al tesoro aziendali), secondo cui impariamo meglio facendo, sbagliando e, soprattutto, vivendo un’esperienza.
Pensateci: avete imparato ad andare in bici leggendo un libro oppure cadendo, sbucciandovi le ginocchia, provando e riprovando (nonostante le espressioni terrorizzate di vostra madre)?
L’ufficio, per il nostro cervello, è un ambiente prevedibile. Ogni giorno, indossiamo la nostra “maschera da lavoro”. Siamo “il precisino dell’amministrazione”, “la creativa del marketing”, “quello che risponde alle email dopo 3 secondi”. Questi ruoli sono utili, ma sono anche gabbie.
Il team building, quello fatto bene, prende queste maschere e le lancia fuori dalla finestra. Letteralmente, se l’attività è il lancio del peso. L’idea è creare una situazione così diversa dalla routine da costringere il nostro cervello a uscire dalla modalità “pilota automatico”.
Quando porti il tuo team a fare rafting, ti assicuro che l’ultima cosa a cui pensi è il foglio Excel che ti aspetta sulla scrivania. Sei troppo occupato a non cadere in acqua e a capire se il collega della contabilità, che di solito urla solo per un rimborso spese mancante, è in realtà un genio della strategia fluviale. 🧗♀️
Benvenuti nella distopia: il “condominio di scrivanie”
Cosa succede se ignoriamo tutto questo e continuiamo con la solita routine?
L’ufficio si trasforma lentamente in un “condominio di scrivanie”. Ognuno vive nel suo piccolo appartamento, saluta a malapena il vicino nell’ascensore (o alla macchinetta del caffè) e la comunicazione avviene tramite post-it passivo-aggressivi o email che iniziano con “Come da nostra precedente comunicazione…” (che è il modo aziendale per dire “Te l’avevo detto!”).
In questo scenario, i problemi non vengono risolti: vengono nascosti sotto il tappeto. Le idee non vengono condivise: marciscono nel cassetto tipo le caramelle Rossana a casa di tua nonna. La fiducia è un lontano ricordo.
Il team non è un team, è un insieme di persone che condividono la stessa rete Wi-Fi. E le riunioni del lunedì restano una gara di sbadigli.
Uno studio dell’Università di Warwick ha dimostrato che la noia è deleteria per ogni business, invece la felicità aumenta la produttività del 12%. I ricercatori hanno verificato che persone di buon umore – magari dopo aver riso insieme per un video comico – lavorano meglio e più velocemente.
Ciò conferma l’efficacia del team building: attività di gruppo ben organizzate migliorano l’umore, rafforzano i legami tra colleghi e rendono l’ambiente più collaborativo.
Lo scenario “Famolo strano”: Sherlock Holmes incontra Masterchef
E se invece provassimo a fare qualcosa? Le opzioni sono infinite e non richiedono per forza di diventare cintura nera di LEGO.
- La Masterchef Aziendale: scopri che il silenzioso programmatore IT è un maestro nell’impiattamento e che il CEO non sa rompere un uovo. Questo non crea solo risate, ma anche un nuovo livello di umanità. Si collabora non per un obiettivo di business, ma per non servire una poltiglia immangiabile (ecco cosa potete regalare ai competitor per “seppellire l’ascia di guerra” 👿🦹♀️). E questo, credetemi, crea legami più forti di qualsiasi bonus di produzione.
- La Cena con Delitto: qui escono fuori le vere personalità. C’è il detective meticoloso, l’accusatore seriale, il complottista, quello che cerca indizi ovunque e quello che è lì solo per il buffet. Si impara a collaborare, a dividere le informazioni e a ridere delle proprie teorie strampalate.
- I Giochi da Tavola: semplici, economici, potentissimi. Niente rivela di più la capacità di una persona di gestire lo stress e la sconfitta di una partita a Taboo in cui deve far indovinare la parola “procacciatore d’affari”. 😂
- L’Aperitivo: a volte basta poco. Togliere la scrivania di mezzo e mettere un bicchiere in mano può sbloccare conversazioni che in ufficio non accadrebbero mai. È il livello base, l’ABC del legame umano.
Avete visto? Il punto non è l’attività in sé.
Potete costruire una zattera, cucinare un risotto o scoprire chi ha “assassinato” il Duca a cena, ma l’obiettivo è lo stesso: creare un ricordo condiviso. Un “ti ricordi quella volta che…?” è mille volte più potente di un “ti inoltro la mail che…”.
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Il team building salva dunque il lunedì?
Torniamo alla nostra sala riunioni e al Colosseo. Costruire quei mattoncini salverà davvero la riunione?
La risposta è: no. Non da solo, almeno.
Il team building non è un antidolorifico che prendi quando hai il mal di testa da “clima aziendale”. È uno strumento. Pensarlo come la soluzione magica è come andare in palestra una volta e poi lamentarsi di non avere gli addominali scolpiti.
Funziona se è parte di una cultura che incoraggia la collaborazione, l’empatia e la comunicazione aperta. Funziona se dopo l’attività, il martedì, si torna in ufficio e ci si sente un po’ più “squadra” e un po’ meno “colleghi”.
Il vero obiettivo non è finire il Colosseo. È scoprire che la persona che siede di fronte a te, e che pensavi fosse solo un’altra rotella dell’ingranaggio, è in realtà bravissima a trovare quel minuscolo pezzo introvabile.
E forse, la prossima volta che avrete un problema complesso da risolvere in ufficio, penserete: “Se siamo riusciti a costruire quel dannato stadio per gladiatori incazzosi senza manco guardare la foto, possiamo fare anche questo!”.
Anche i miei percorsi di public speaking vanno in questa direzione: sono un modo per allenarsi a comunicare meglio nel gruppo, per conoscersi attraverso la parola e il confronto.
Il fatto che le persone vivano l’esperienza insieme, si diano reciprocamente feedback, si mettano in gioco con l’aiuto degli altri per superare i propri limiti, diventa un’ottima attività di team building. Perché crescere, anche nella comunicazione, è molto più efficace se lo si fa insieme.
E se il gruppo è così numeroso che diventa complicato trovare abbastanza gommoni per un’uscita di rafting, c’è sempre lo speech “Da soli siamo una goccia, insieme un oceano”: fa ridere, coinvolge e lascia davvero tanti spunti su cui riflettere.








