Le neuroscienze spiegano perché il cervello del pubblico ha bisogno di essere colpito per restare attento, ricordare e… tornare a casa con qualcosa che vale davvero
Ve lo confesso: quando chiedo indicazioni stradali, io annuisco con grande serietà, fingo un’attenzione degna di un chirurgo in sala operatoria, mi segno mentalmente ogni “prendi la terza a destra”, “vai dritto fino al semaforo con la statua del piccione triste”…
Ma dentro di me? Dopo cinque secondi, quella mappa mentale è già sparita. Cancellata. Rimpiazzata da pensieri decisamente più urgenti, tipo: “Ma lo yogurt in frigo non sarà già scaduto?”.
Benvenuti nella RAM a breve termine del cervello umano, un disco rigido spietato che cancella tutto ciò che ritiene superfluo. Chi parla in pubblico per lavoro come me sa benissimo quanto la soglia dell’attenzione del pubblico sia un animale tanto affascinante quanto delicato.
Per cui il rischio che uno speech diventi un’indicazione stradale – utile per un istante, dimenticata un attimo dopo – è reale!
Perché in tutti questi anni di lavoro, ho capito una cosa fondamentale: l’obiettivo di un discorso non è (solo) spiegare. È farsi ricordare.
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Il tuo cervello in modalità “screensaver”
Immagina di essere a una conferenza. L’oratore sale sul palco, proietta una slide con il titolo e l’agenda dei prossimi 45 minuti e inizia a leggere il primo di 57 bullet point.
A meno che tra le slide non sia finita la foto del relatore ubriaco a Capodanno che limona col suo gatto, non proprio un momento esaltante!
Perché cosa fa il tuo cervello in quel preciso istante? Si annoia. E non è solo una sensazione, è un processo neurologico.
Ricerche come quella di James Danckert e Colleen Merrifield sull’attenzione sostenuta ci dicono che quando ci annoiamo, il nostro cervello attiva la cosiddetta Default Mode Network (DMN). È praticamente la playlist di Spotify mentale che parte in automatico quando la musica principale (il discorso) è terribile.
I due ricercatori hanno avuto la brillante idea di infilare gente in un tubo per la risonanza magnetica e far loro guardare video noiosissimi (probabilmente le registrazioni delle riunioni del mio condominio).
Bene, hanno scoperto che, quando i partecipanti si annoiavano, il loro DMN si accendeva come un albero di Natale. Questa è la rete cerebrale del “pilota automatico”: quella che si occupa di pensare ai fatti propri, fare la lista della spesa, rimuginare su quella figuraccia di dieci anni fa e cercare di ricordare il nome dell’attore di quel film con l’alpaca con l’alopecia.
Al contrario, quando il video era interessante, a illuminarsi era un’altra area: l’insula anteriore, il buttafuori del cervello che decide cosa è figo e merita la nostra attenzione.
Ecco, il compito di un buon speaker, è tenere premuto quel pulsante il più a lungo possibile.
Come? Semplice: smettendola di essere noiosi.
La noia è una forma di tortura (psicologica, ma sempre tortura)
Ma c’è di peggio. La noia non è solo distrazione. È uno stato d’animo avversivo.
Lo dicono John D. Eastwood e i suoi colleghi nello studio: The Unengaged Mind: Defining Boredom in Terms of Attention in cui trovi una splendida definizione di noia:
la noia è il desiderio frustrato di trovare qualcosa di coinvolgente da fare, senza riuscirci.
È come essere a una festa dove la musica è terribile. Vorreste ballare, ma il DJ continua a mettere versi di balene, lenti anni ’60 e discorsi di Gigi Marzullo. Non solo non vi divertite, ma siete attivamente frustrati. Siete lì, bloccati, e la colpa è tutta sua.
Ecco, uno speech noioso è la stessa cosa. Il pubblico vorrebbe tanto esser coinvolto, ma l’oratore gli sta servendo l’equivalente cognitivo di un greatest hits di Nilla Pizzi suonato con l’ukulele scordato (AIUTO! Dov’è Amnesty International, quando serve?).
Il risultato? Frustrazione, fatica e la sensazione che il tempo si sia dilatato come in “Inception”.
Non state solo annoiando il vostro pubblico. Lo state irritando. E una persona irritata non impara nulla. Al massimo impara nuovi modi per fulminarvi con lo sguardo. 👀
E quando la frustrazione raggiunge il picco, cosa fa la nostra mente?
Fa le valigie e parte per un lungo viaggio!
Corinna Martarelli e Ambroise Baillifard nel loro “Mind-wandering as an exploratory response to boredom” lo chiamano mind-wandering, il vagabondaggio mentale, e lo descrivono come una vera e propria risposta esplorativa.
Se siete costretti ad ascoltare un discorso sulla storia del bullone esagonale, la vostra mente non si limita a staccare la spina. Inizia attivamente a cercare qualcosa di meglio. Scappa. Vaga.
Inizia a scrivere la sceneggiatura di un film dove voi non solo siete i protagonisti, ma vincete un Nobel, salvate un cucciolo di panda, allontanate a morsi uno squalo e soprattutto trovate anche parcheggio sotto casa.
La magia di un ricordo (e come si crea)
Ora ribaltiamo il tavolo. Immaginate uno speech che non cerca di “versarvi” dati in testa come se foste un hard disk vuoto. Immaginate piuttosto un intervento che vi offre un’idea chiave, ma la avvolge in una storia che vi fa sorridere. Che vi serve un dato complesso, ma lo condisce con una metafora così assurda e perfetta che non potrete più dimenticarla. Che vi pone una domanda che vi lascia spiazzati, accendendo la curiosità.
In questo scenario, il vostro cervello non va in screensaver. Anzi, fa il contrario: l’insula anteriore si illumina, le reti dell’attenzione sono in festa. Si crea un’ancora emotiva.
L’insula è una zona del cervello che lavora dietro le quinte quando parliamo o ascoltiamo.
Come emerge dall’analisi di Anna Oh, Emma Duerden e Elizabeth W. Pang, dal titolo “The role of the insula in speech and language processing”, l’insula non si limita a coordinare i muscoli per articolare le parole (quindi labbra, lingua, mandibola…), ma partecipa anche alla comprensione del linguaggio, alla scelta delle parole e persino all’intonazione emotiva della voce.
Diverse sue parti si attivano a seconda del compito: una zona per ascoltare, un’altra per parlare, un’altra ancora per capire cosa dire e come dirlo. In pratica, l’insula mette insieme il che cosa diciamo con il come lo diciamo. È una centralina che collega mente, voce e corpo.
Per cui, la risata, la sorpresa, il momento “WOW” non sono un semplice espediente retorico: sono il gancio a cui la memoria appenderà quell’informazione per sempre.
Uscirete da quell’ora non con la testa piena di nozioni, ma con due o tre concetti chiarissimi, indelebili. Non perché vi siano stati “spiegati” meglio, ma perché li avete compresi e vissuti sul serio.
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Spiegare o rendere memorabile? Il dubbio amletico che Shakespeare non ha mai scritto
Eccoci al punto. L’obiettivo non è scegliere tra un discorso serio e uno divertente, tra contenuto e forma. L’informazione che non viene ricordata è, a tutti gli effetti, informazione inutile.
Un concetto spiegato brillantemente ma dimenticato un’ora dopo è solo rumore ben articolato, utile come un tormentone estivo. Con la differenza che, almeno lui – il tormentone – viene ricordato.
Il vero obiettivo di uno speech non è la trasmissione temporanea di dati, ma la creazione di un cambiamento nella mente di chi ascolta. E questo avviene solo se il messaggio lascia un segno, un’impronta, un ricordo.
Quindi, la prossima volta che organizzate un evento per il vostro team o i vostri clienti, la domanda da porsi non è: “Chi può spiegarci bene il tema delle neuroscienze o della sostenibilità?”.
La domanda giusta è: “Cosa vogliamo che le persone ricordino davvero tra un mese, quando saranno tornate alla loro scrivania?”
Se la risposta è “un’idea chiara che li ispiri“, “una scossa di energia positiva” o semplicemente “qualcosa di più memorabile della lista della spesa”, allora forse abbiamo qualcosa di cui parlare.
Porto speech in contesti aziendali, ma soprattutto porto una cosa: ricordi.
Perché sì, mi chiedono di parlare di cambiamento, di lavoro di squadra, di vendita e di tante altre sfide concrete. E io lo faccio attraverso le neuroscienze, perché conoscere come funziona il nostro cervello è il primo passo per imparare a usarlo davvero bene.
Ci vediamo al vostro prossimo evento? Prometto di lasciare a casa le 128 slide.
Anzi no… ma prometto che saranno divertenti anche quelle! 😉








