Non servono incantesimi ma una regia perfetta, tempismo chirurgico e mini-tramezzini capaci di evitare rivolte popolari
Sono uno che di mestiere sale sui palchi e parla. A volte la gente ride, a volte pensa, a volte fa entrambe le cose. Il mio habitat naturale sono gli eventi aziendali, quei luoghi magici dove il confine tra lavoro e caccia all’ultimo salatino del buffet si fa labile.
Organizzare un evento è un po’ come fare un gioco di prestigio. Il pubblico che si gode lo spettacolo vede solo la magia che avviene sul palco. Ma se potesse sbirciare dietro le quinte vedrebbe un tizio sudato nel suo frac a noleggio troppo stretto che rincorre il coniglio con l’ansia da palcoscenico che tenta di azzannare le caviglie dell’assistente tagliata a metà, mentre si ripete: “Ho bisogno di una vacanza in un posto senza conigli”.
Ecco, oggi voglio svelarvi qualche trucco del mestiere. Perché la magia esiste, ma si basa su una pianificazione così impeccabile da sembrare soprannaturale.
Scopriremo insieme che per creare un’esperienza memorabile non serve un incantesimo, ma un mix esplosivo di psicologia, project management e una profonda comprensione della natura umana (specialmente di quella che si manifesta davanti a un buffet).
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Il “perché” è la vostra bacchetta magica
Prima di noleggiare una villa del Settecento con fontane danzanti, giochi d’acqua e raggi laser, fermatevi. Chiedetevi: perché sto facendo questo evento?
Sembra una domanda Trivial Pursuit edizione esistenzialista, ma è il fondamento di tutto.
Volete lanciare un nuovo prodotto rivoluzionario (che sperate non esploda al primo utilizzo)? Volete che i vostri team smettano di comunicare solo tramite meme su Slack e inizino a parlarsi? Volete celebrare i vent’anni di onorata carriera del CFO, che finalmente ha imparato a usare le emoji?
Ogni obiettivo richiede un incantesimo diverso. Un evento di team building, ad esempio, non si organizza come un congresso per neurochirurghi (anche se in entrambi i casi, è meglio evitare che la gente si tiri oggetti acuminati). L’obiettivo è la vostra stella polare: è ciò che vi eviterà di organizzare un rave per satanisti per l’azienda che produce abiti talari e paramenti sacri.
La mappa del tesoro (come non perdere la testa e il budget)
Una volta definito il “perché”, vi serve una mappa. Una roadmap o, più prosaicamente, “il file Excel dove finiscono sogni, speranze, fatture e maledizioni”. Questo documento è il vostro migliore amico. Qui segnerete le tappe, le scadenze, chi fa cosa e, soprattutto, il budget.
Ah, il budget. Quella cifra mistica che ha il potere di trasformare un’aragosta in un gamberetto e un open bar in “un giro di spritz, poi si vede”. Siate realisti. Anzi, siate pessimisti-realisti: tenete sempre da parte un 10-15% per gli imprevisti, quei piccoli gremlin che spuntano fuori per rosicchiare i cavi del proiettore o far finire il caffè proprio durante l’intervento del CEO.
Insomma, occhio ai conti o vi troverete a fare tagli dell’ultimo minuto (no, non mi riferisco al numero della donna divisa a metà!).
Dimmi chi inviterai e ti dirò chi sei (e cosa vuoi)
Ora la parte divertente: chi invitare alla festa? Stiamo parlando dei vostri clienti più fedeli? Di potenziali investitori che dovete conquistare? O dei collaboratori per festeggiare i risultati aziendali?
Creare una lista di invitati è un’arte. Una volta pronti, arriva il momento dell’invito. Non siate timidi. Partite con un Save the date, un messaggino criptico tipo “Blocca questa data. Qualcosa di epico sta per accadere. No, non è l’uscita della nuova stagione della vostra serie preferita, ma quasi”.
Certo, se gli invitati sono le persone che lavorano con voi potreste farne a meno: in fondo sono tenuti a partecipare… ma coinvolgerli con un messaggio un po’ ingaggiante non è male, no?
Poi, circa un mese prima dell’evento, arriva l’invito ufficiale. E qui entra in scena la fatidica sigla: RSVP. No, non è una formula magica in aramaico, significa semplicemente Répondez s’il vous plaît, cioè “per favore, rispondete”.
Sapere quante persone parteciperanno è fondamentale: nessuno vuole affittare San Siro per dodici invitati e una zia incerta.
Location e catering: non di sole idee vive l’uomo!
La location è il palcoscenico del vostro spettacolo. Deve essere coerente con il vostro obiettivo e facilmente raggiungibile (a meno che il vostro team building non sia una caccia al tesoro per trovarla). Se possibile, fate sempre un sopralluogo. Fidatevi, le foto online possono essere più ingannevoli dei filtri di Instagram.
E poi, il cibo. Non sottovalutatelo mai. Mai. Un caffè acquoso ha sabotato più rivoluzioni di qualsiasi controspionaggio. Un buon catering è un investimento in felicità.
Secondo uno studio (informale, condotto da me in centinaia di eventi), il ricordo di un evento è direttamente proporzionale alla qualità dei mini-tramezzini. Ricordatevi delle esigenze di tutti: opzioni vegane, senza glutine e senza lattosio non sono un capriccio, ma un segno di civiltà (e un modo per evitare che metà della platea stia male e vi ricordi come l’evento del Grande Gonfiore Addominale).
L’ingrediente segreto: il tempismo di uno speech (e qualche aneddoto imbarazzante)
E qui entro in gioco io. O meglio, l’elemento “wow”, l’intrattenimento, lo speech che personalizza l’evento. Ma quando piazzarlo? Ah, questa è una scienza!
- Inizio evento: mettere uno speech divertente e formativo all’inizio è come servire un ottimo antipasto. Stuzzica l’appetito intellettuale, crea un’atmosfera rilassata e mette tutti di buon umore. L’attenzione è al massimo, le menti sono fresche. È perfetto per rompere il ghiaccio. 🧊
- Dopo pranzo: ah, la temuta “fossa delle Marianne” dell’attenzione. Quell’abisso post-prandiale dove la sonnolenza regna sovrana e il cervello è impegnato in un’unica, eroica missione: la digestione. Qui serve un rianimatore. Uno speech comico, dinamico, interattivo può letteralmente resuscitare la platea. È un defibrillatore per neuroni.⚡
- Fine evento: chiudere con uno speech di valore è come servire un dessert memorabile. Lascia un sapore dolce, un ricordo positivo e un messaggio potente con cui tornare a casa. È il “gran finale” che fa dire a tutti: “Wow, che figata!”.
E dopo cena? Oh, lì entriamo nel reame del pericolo.
Vi racconto questa: anni fa, fui ingaggiato per uno spettacolo comico dopo la cena di una convention. La gente si era svegliata all’alba, aveva seguito lavori per tutto il giorno, cenato e bevuto.
Salii sul palco verso l’una di notte. Davanti a me, una scena da film post-apocalittico: alcuni dormivano beatamente con la testa sul tavolo, altri mi fissavano con lo sguardo vitreo di chi ha esaurito ogni briciolo di energia. Ho praticamente fatto un monologo per un dormitorio. (Oppure era una convention dell’Associazione Italiana Narcolettici, ma non mi risulta!).
La morale? Se dopo cena volete intrattenimento puro, va benissimo. Ma se sperate che la gente assorba concetti complessi mentre il loro stomaco sta lottando con un brasato, beh… buona fortuna. Stanno ascoltando la loro digestione, non voi.
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Date vita a un evento magico… ma senza trucchi!
Infine, usate i social! Create un hashtag accattivante, fate foto, taggate la gente. L’evento non finisce quando si spengono le luci: continua finché genera commenti, reaction, storie, meme e leggende. Fatelo vivere anche online, prima, durante e dopo.
La magia vera? Rendere invisibili gli intoppi (che quasi sempre ci sono!).
È nel dettaglio che fa sentire l’ospite accolto, nell’organizzazione che lo fa sentire a suo agio e nel contenuto che lo fa sentire arricchito.
Se state organizzando un evento e volete un ingrediente speciale per dare il via col botto, risvegliare i vostri ospiti dall’abbiocco o lasciarli con un ricordo indelebile, sapete cosa fare.
Vi prometto uno speech che unisce scienza e risate, dati e ironia. E, soprattutto, vi assicuro che nessuno si addormenterà sul tavolo. A meno che non si tratti della Convention Annuale dei Narcolettici, si capisce! 😉
Contattatemi, e creiamo insieme un po’ di vera magia. Senza conigli e donne tagliate a metà, giuro.








