Dalla scelta dell’attrezzatura al controllo dell’ambiente, ogni elemento che riguarda l’ascolto influisce sulla concentrazione del pubblico e sulla riuscita di uno speech
Esistono sensazioni subdole, fastidi quasi impercettibili che però, a fine giornata, vi lasciano più stanchi di una maratona di serie TV con i sottotitoli in cirillico.
Vi faccio un esempio.
Quando ancora fumavo, guidavo per ore con l’accendino dimenticato nella tasca posteriore dei jeans. Non un dolore lancinante, eh, più un “c’è qualcosa che non va, ma non capisco cosa”.
Poi, quando me ne ricordavo e lo toglievo dalla tasca, lo tiravo fuori, ed era come una liberazione: “Ah, ecco perché mi sentivo come un contorsionista al primo giorno di lavoro!”. Guidavo meglio, più comodo, più sereno. 😌
Bene, un audio scadente durante uno speech è esattamente la stessa cosa per il cervello del vostro pubblico.
Quel fruscio costante, quel rimbombo da caverna, quella voce che va e viene come un segnale Wi-Fi in campagna…
Certo, dopo un po’ il cervello, da bravo soldatino, ci fa l’abitudine, un po’ come ci si abitua all’odore del cavolfiore bollito del vicino.
Ma sotto sotto, lavora il doppio, si stressa, e la sensazione di fastidio rimane, latente ma presente. E addio attenzione, addio messaggi che arrivano a destinazione.
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Sua maestà il microfono: istruzioni per l’uso (e la sopravvivenza)
Ora, da professionista che parla davanti alla gente, vi dico una cosa: il microfono non è un optional, è il vostro migliore amico, il vostro Sancho Panza, fido scudiero.
Io, per esempio, confesso, sono un maniaco del controllo microfonico. Non lascio mai al caso la scelta dell’arnese. Archetto? Gelato? Clip? Ogni scelta ha le sue implicazioni!
I microfoni a clip, quelli che si attaccano alla cravatta (per gli uomini eleganti) o al vestito (per le donne chic), sono spesso omnidirezionali. “Omni-che?!” direte voi.
Significa che, come un aspirapolvere entusiasta, tirano su il suono da ogni direzione. Fantastico se siete dei relatori che sembrano posseduti e girano la testa come l’esorcista, perché la voce viene catturata comunque.
Il rovescio della medaglia?
Rischiano di catturare anche il chiacchiericcio della prima fila, il colpo di tosse del tecnico audio e, se passate troppo vicino a una cassa, quel meraviglioso fischio noto come effetto Larsen, che fa più danni all’udito di un concerto heavy metal in un ascensore. 💥
Personalmente, quando posso, vado di microfono ad archetto. È come avere un personal trainer per la voce: sempre lì, pronto a catturare ogni sillaba.
Ma solo se è un microfono ad archetto cardioide.
“Cardio-cosa?!” Eh sì, la tecnologia ha nomi buffi. Cardioide significa che cattura principalmente il suono che arriva dalla vostra boccuccia santa. Va posizionato bene, certo, ma il rischio di trasformare lo speech in un ululato da lupo mannaro vicino alle casse si riduce drasticamente.
Certo, molto dipende anche dalla qualità dell’impianto audio e dal volume delle casse, ma partire col piede (e col microfono) giusto è già metà dell’opera.
La sala: quel dettaglio chiamato ambiente
E poi c’è lei, la sala. Ah, la sala! Può essere la vostra migliore alleata o la vostra peggiore nemica.
Mi è capitato di lavorare in posti che sembravano usciti da un film di fantascienza… o da un incubo.
Ricordo un evento aziendale a Riccione. Sala bellissima, vetrate immense con vista mare. Un panorama da cartolina che manco a Mykonos.
Peccato che, con tutta quella luce naturale, non avessero previsto luci adeguate per illuminare la pedana.
Risultato?
Lo speaker era nell’ombra, tipo caso umano al Costanzo Show con viso oscurato e voce contraffatta!
Il pubblico, invece di concentrarsi sui relatori (che tenevano speech pure belli tecnici, eh!), era ipnotizzato dal paesaggio.
“Guarda ‘o mare quant’è bello, ispira tanto sentimento!”
“Guarda, una barca a vela, no è un delfino!”
“Ma che dici, è mia suocera che fa il morto! (oddio, come galleggia bene…)”
Capite bene che se il panorama è più interessante di te, c’è un problema. L’evento andò bene, per carità, ma con qualche accortezza in più sarebbe stato un trionfo. 🌅➡️🤦♂️
Un’altra volta, durante una formazione, l’aula aveva vetrate che davano direttamente su una strada trafficata. Ogni auto che passava, ogni sirena, ogni gruppo di adolescenti urlanti diventava un elemento di distrazione potentissimo.
Morale della favola: la scelta dello spazio deve essere funzionale al risultato che volete ottenere.
Non tutte le sale sono uguali, e l’impianto audio di una sala conferenze, anche la più blasonata, non è sempre all’altezza.
Il mio consiglio spassionato?
Se ci tenete al vostro messaggio (e al fegato del vostro pubblico), chiamate un service esterno con attrezzatura di qualità.
Costa? Sì.
Ne vale la pena? Assolutamente.
Una volta ho convinto un’azienda a farlo. Mi hanno richiamato dicendo: “Avevi ragione, si sente la differenza!”. E io non ho preso manco una percentuale per la mini-consulenza, per dire l’onestà! ☺️
Parola di guru: Julian Treasure e i superpoteri del suono
Ora, perché tutta questa tiritera su microfoni e sale?
Perché la voce del relatore, il messaggio che porta, deve essere valorizzata dal contesto tecnico.
Non è un dettaglio, è il fondamento. E qui, miei cari audio-curiosi, entra in gioco il Gandalf del sound design: Julian Treasure.
Nel suo illuminante TED Talk “The 4 ways sound affects us“, ci svela perché il suono è così importante.
Treasure ci dice che “ascoltiamo meno del solito. Siamo bravi a parlare, meno bravi ad ascoltare. Eppure il suono ci colpisce in profondità.” E ha dannatamente ragione!
- Fisiologia, suoni come la sveglia o il trapano (argh!) ci stressano, liberando cortisolo. Altri, come le onde del mare, ci calmano. Se il vostro cervello è impegnato a combattere un ronzio molesto o a decifrare parole smozzicate, quanto spazio gli resta per le mie brillanti metafore? 🤔
- Psicologia, la musica (e i suoni in generale) evocano emozioni. Pensate alla colonna sonora di un film: può trasformare una scena da bucolica a terrificante. Un audio pulito e una voce ben modulata creano un’atmosfera positiva; un audio gracchiante crea… beh, il contrario.
- Cognizione, lavorare in ambienti rumorosi (ciao, open space da incubo!) può far crollare la produttività fino al 66%. Immaginate il vostro pubblico che cerca di seguirvi mentre combatte contro un eco fastidioso. È come cercare di leggere un libro durante un concerto thrash metal. Difficile, no? 😵
- Comportamento, il suono ci fa fare cose! Musica classica nei negozi? La gente compra vino più costoso (magari funziona anche con i miei cachet?). In alcune stazioni, la musica classica tiene lontani i vandali. Un audio impeccabile durante uno speech spinge il pubblico ad applausi più fragorosi e di certo favorisce l’attenzione del pubblico e la comprensione del messaggio! 👏
Ignorare il suono? Autogol clamoroso!
Cosa succede se ce ne freghiamo di tutto ciò?
Beh, immaginate la scena: avete preparato uno speech pazzesco, slide da urlo, battute che farebbero invidia a Checco Zalone. Ma il microfono gracchia, la sala rimbomba, e il tecnico audio sembra più interessato al suo panino.
Risultato? Il pubblico si distrae, non capisce, si annoia. Il vostro messaggio, sudato e preparato con amore, si perde nell’etere come un calzino spaiato in lavatrice. Un disastro. 📉
Cosa potremmo fare, invece?
Potremmo diventare dei piccoli “audio-detective”.
Scegliere con cura il microfono, testare l’acustica della sala, fare una prova tecnica dei microfoni (e delle luci, ma di questo parleremo in un altro articolo) quando il pubblico ancora non è in sala, utilizzare un impianto audio decente.
Potremmo, insomma, trattare il suono con la stessa cura con cui scegliamo l’outfit per l’evento.
Questo porterà un pubblico più attento, più coinvolto, più felice. Un trionfo! 🏆
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Un appello finale: diventate “sommelier acustici”!
Julian Treasure chiude il suo intervento con una domanda che è quasi una provocazione:
“Progettiamo attentamente ciò che vediamo. Perché non facciamo lo stesso con ciò che ascoltiamo?”
Ha ragione da vendere! Siamo ossessionati dalle slide perfette, dalla grafica accattivante, ma spesso trascuriamo l’elemento che, invisibile, può fare la differenza tra un successo e un flop.
Quindi la prossima volta che organizzate o partecipate a un evento, o anche solo quando parlate in pubblico, prestate attenzione al suono.
Diventate dei “sommelier dell’acustica“. Chiedete, pretendete, testate.
Perché un buon suono non solo rende lo speech più efficace, ma rende il mondo un posto leggermente meno fastidioso.
Anche il silenzio può essere molto rumoroso, no? Lo dicevano anche Simon e Garfunkel!
Ma quando parlate, fate in modo che si senta bene! 😉🎤🎧








