Il nostro cervello crea scenari catastrofici: ma con consapevolezza, allenamento e un pizzico di ironia, la situazione può ribaltarsi completamente
Siate sinceri: sarebbe bello, prima di uno speech, sapere di avere a disposizione l’opzione “teletrasporto immediato in una baita sperduta senza Wi-Fi”. Sarebbe una bella via di fuga in caso di fifa improvvisa…
O magari disporre del mantello dell’invisibilità di Harry Potter, giusto per potervela svignare senza dare nell’occhio mentre viene annunciato il vostro nome.
Niente panico, siete in ottima, numerosissima compagnia!
La paura di parlare in pubblico, o glossofobia per gli amici che amano i paroloni, è una delle fobie più diffuse al mondo. Più comune del terrore dei ragni che fanno breakdance sul cuscino.
L’idea di essere lì, sotto i riflettori (anche metaforici, come quelli della sala riunioni il lunedì mattina), con decine, centinaia di occhi puntati addosso, può trasformare anche il più spavaldo in un budino tremolante. 🍮
Ricordo anni fa un manager che si rivolse a me proprio per domare il suo timore di parlare in pubblico.
Da quando aveva toppato alla grande un intervento pubblico, questo dirigente d’azienda praticava l’arte sopraffina dell’evitamento (oh, ci vuole classe anche per quella!): niente più presentazioni a più di cinque persone, riunioni vissute con l’ansia di chi sta per disinnescare una bomba a orologeria con le istruzioni in aramaico.
Un vero peccato, perché le idee le aveva, ma la paura di un altro “disastro annunciato” gli tarpava le ali (e la lingua).
Poi vabbè, ci abbiamo lavorato un po’ su e si è sbloccato.
In quest’articolo ti racconterò come fare uno speech che funzioni senza restare paralizzati dalla paura. Per cui, senza ulteriori indugi, iniziamo!
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Il nostro cervello: un regista di film catastrofici (se lo lasciamo fare)
Ma perché questa fifa blu?
Parte del problema è che la nostra mente, a volte, si diverte a proiettare il peggior film catastrofico possibile: noi che inciampiamo salendo sul palco, che dimentichiamo le parole e iniziamo a balbettare come un modem a 56k, il pubblico che sbadiglia sonoramente o, peggio, tira fuori i pomodori. 🍅
Ci focalizziamo su tutto ciò che potrebbe andare storto, trasformando una semplice presentazione in una scalata dell’Everest in infradito.
Così, se uno speech è andato male, magari abbiamo trasmesso nozioni sbagliate o il messaggio non è arrivato, questo può minare la nostra percezione di competenza e le nostre relazioni.
Diventa un circolo vizioso: meno ci sentiamo competenti, più temiamo il giudizio, meno ci sentiamo connessi.
Risultato? Vorremmo solo che il pavimento si aprisse.
Qui ci vengono in aiuto un paio di teorie psicologiche che, se capite bene, possono fare la differenza tra un’esperienza da incubo e una… beh, piacevole!
Una di queste è la Teoria dell’Autodeterminazione (Self-Determination Theory) di Richard Ryan ed Edward Deci. Questi due professori dell’University of Rochester, mica gli ultimi arrivati, ci dicono che per sentirci motivati e stare bene (anche sul palco) abbiamo bisogno di soddisfare tre bisogni psicologici fondamentali:
- Autonomia, sentirci padroni delle nostre azioni, avere il telecomando della nostra performance, insomma.
- Competenza, sentirci capaci, efficaci, come un Jedi della parola che sa di maneggiare la Forza (della comunicazione).
- Relazionalità, sentirci connessi agli altri, parte di un “noi”, creando una sorta di ola emotiva col pubblico.
L’ansia? È solo energia ben camuffata!
“Ok, bello”, direte voi, “ma quando mi sudano le mani e il cuore mi batte come musica techno in una discoteca di Riccione, come faccio a sentirmi autonomo e competente?”.
Domanda lecita! Quando siamo sotto pressione, il nostro corpo rilascia cortisolo e adrenalina.
È la classica reazione “attacco o fuga”. Il corpo ci sta dando un shot di energia, un’attivazione fisica.
Il punto cruciale, scoperto dalla brillante Alison Wood Brooks della Harvard Business School con la sua ricerca “Get Excited: Reappraising Pre-Performance Anxiety as Excitement“, è come interpretiamo queste sensazioni.
Se leggiamo il cuore a mille e le mani sudate come “PANICO! STO PER FARE UNA FIGURACCIA EPOCALE!”, la nostra performance ne risentirà negativamente.
Ma se invece ci diciamo: “WOW, CHE CARICA! SONO PRONTO A SPACCARE!”, allora quella stessa energia diventa nostra alleata.
È come passare dal pensare “Oddio, le montagne russe!” con terrore, al gridare “SIIII, LE MONTAGNE RUSSE!” con entusiasmo.
La sensazione fisica può essere simile, ma l’etichetta che le diamo cambia tutto.
Brooks ha dimostrato che dire a se stessi “Sono eccitato/a” prima di un compito stressante (come cantare al karaoke o fare un discorso) migliora la performance molto più che cercare di “calmarsi”.
Perché? Perché l’eccitazione è un’emozione positiva, orientata all’opportunità, mentre l’ansia è focalizzata sulla minaccia.
Quindi, la prossima volta, invece di “Stai calmo, andrà tutto bene, oppure no?”, provate con un bel “Sono CARICHISSIMO/A!”. 💪 (Magari non urlatelo in faccia al vostro capo cinque minuti prima della presentazione, ecco).
Non solo parole: la preparazione è la vostra arma segreta (altro che mantello dell’invisibilità!)
La preparazione mentale è vitale, ma non dimentichiamo il contesto!
Robert Cialdini, un mostro sacro della persuasione, nel suo libro “Presuasione” sottolinea quanto sia fondamentale ciò che facciamo prima di comunicare per influenzare l’esito.
Questo vale per uno speech come per una riunione. Avere un ordine del giorno chiaro, sapere quanto tempo si ha, e, banalmente, controllare i supporti tecnologici!
Mi viene in mente un evento di qualche tempo fa: dovevo fare un intervento comico, senza slide, tutto a braccio. Dopo di me, era previsto un relatore con dei filmati per il suo discorso.
Peccato che nessuno, NESSUNO, avesse controllato il videoproiettore prima dell’inizio.
Sapete che è successo?
Audio perfetto, video praticamente invedibile: le immagini apparivano a stento sullo schermo, grigie, slavate, “illeggibili”.
Il relatore, sudando sette camicie (e non per l’eccitazione, temo), continuava a dire frasi come “Come potete vedere da queste immagini…” mentre il pubblico vedeva l’equivalente di un buco nero.
Lì mi è venuta in mente la celebre frase di Ennio Flaiano: “L’insuccesso mi ha dato alla testa!”.
Ecco, scarsa preparazione del contesto.
Per questo è sempre importante controllare i microfoni, le luci, la disposizione della sala.
Una volta mi è capitato di parlare a un centinaio di persone disposte a ferro di cavallo. Impossibile creare empatia e connessione! Se mi avvicinavo a una parte del pubblico, davo le spalle all’altra.
Lì devi lavorare tantissimo di movimento e prossemica, ma perché complicarsi la vita? Preparate bene il campo di gioco!
Persino i grandi professionisti non lasciano nulla al caso.
Ricordo il mitico Raul Cremona, poco prima del suo speech al TEDx a Legnano, dirmi con la massima serietà: “Ora vado in camerino a concentrarmi e prepararmi”. Se lo fa lui, con decenni di esperienza sulle spalle, un motivo ci sarà, no? 😉
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Quindi, che fare? Riscriviamo il finale del Titanic!
Se uno speech non va come sperato, il desiderio di diventare invisibili è forte, lo capisco. Ma, ahimè, l’invisibilità e il teletrasporto non sono ancora disponibili su Amazon Prime (ho controllato stamattina 😥).
La buona notizia è che parlare in pubblico è un’abilità che si può allenare e migliorare, come andare in bicicletta o preparare un tiramisù a prova di critico gastronomico.
Non si tratta di trasformarsi in un oratore esperto come Barack Obama. Si tratta di imparare a gestire la nostra emotività, di trasformare l’ansia in energia propulsiva, di preparare non solo cosa dire, ma anche come e dove dirlo.
Si tratta di nutrire la nostra autonomia, competenza e capacità di relazionarci col pubblico, come ci insegnano Ryan e Deci.
Perciò la prossima volta che dovete parlare in pubblico, invece di pianificare la vostra fuga in Patagonia, provate a fare un respiro profondo e a dirvi: “Ok, sono emozionato/a, e questa è una figata!”.
Preparatevi al meglio, controllate la tecnologia (sul serio, fatelo!), e ricordatevi che il pubblico, nove volte su dieci, non è lì per giudicarvi, ma per ascoltarvi.
E se proprio va male? Beh, avrete una storia divertente da raccontare… durante il prossimo speech!








