Comunicazione efficace esempi e consigli per coinvolgere il pubblico | Diego Parassole

Comunicazione efficace: consigli per coinvolgere il pubblico

Nell’arte di comunicare, la forma è inseparabile dalla sostanza: ignorarla significa condannare anche il messaggio più potente all’oblio

Se regalate alla vostra dolce metà un gioiello clamoroso ma glielo consegnate impacchettato in un pezzo di carta stagnola unta e bisunta che un secondo fa ospitava la vostra focacciona tonno pomodoro che effetto può fare secondo voi?

Il gioiello rimane stupendo, intendiamoci, ma l’esperienza… beh, diciamo che lascia un retrogusto (letteralmente!) un po’ bizzarro.

Ecco, comunicare informazioni importanti senza curare il “come” è un po’ la stessa cosa.

Io, che di mestiere faccio il domatore di microfoni per eventi che spaziano dal TEDx al meeting aziendale, come puoi ben immaginare, ne vedo di ogni.

La fissa principale, quasi un’ossessione degna di un collezionista di francobolli, è sempre il contenuto.

“Le informazioni devono essere corrette!”, “Ho un sacco di dati da mostrare!”, “Questo grafico è F-O-N-D-A-M-E-N-T-A-L-E!”.

Tutto verissimo e sacrosanto, per carità.

Ma poi?

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La sindrome da “troppa roba!”: la differenza tra chi parla (e straparla) e chi comunica

Vi racconto questa: supervisionavo un evento con un parterre di professori universitari.

Eminenze grigie, cervelloni di prima categoria.

Venti minuti a testa per il loro intervento.

La situazione un po’ mi puzzava, memore di lezioni universitarie che sembravano durare quanto una glaciazione.

Così, ho chiesto le slide in anticipo. Apriti cielo! 😱

Ciascuno mi ha inviato una presentazione da minimo cento slide. Cento.

Densissime di concetti, con zero immagini e caratteri minuscoli che avrebbero messo in crisi anche quegli artisti giapponesi che dipingono i chicchi di riso.

Per venti minuti! A meno che non avessero intenzione di parlare alla velocità di un messaggio vocale di WhatsApp inoltrato a 2x, la cosa era improponibile.

“Professori,” ho detto con il mio miglior sorriso da circostanza, “forse potremmo provare a condensare in dieci, massimo venti slide?”.

Sapete cosa è successo?

Mi sono ritrovato con presentazioni da dieci-venti slide, certo, ma scritte fittissime!

Praticamente un concentrato di quelle cento precedenti.

Il rischio?

Lo speaker che si impappina, cercando di dire l’indicibile in un tempo ridicolo, e il pubblico che entra in uno stato di trance ipnotica da “troppa roba, aiuto!”. 😵‍💫

Il vero problema, vedete, è che quasi mai ci si prepara sul COME. Sulla modalità della comunicazione.

Sull’arte di servire quel gioiello di contenuto su un vassoio d’argento, e non nel cartoccio unto.

Posso avere la cura per tutti i mali del mondo, ma se la comunico urlando in sanscrito antico durante un concerto heavy metal, forse l’efficacia ne risente un pelino.

Emozioni e coinvolgimento: l’ABC per non essere dimenticati (o odiati)

Prima di tutto, chiediamoci: qual è il nostro obiettivo?

Vogliamo motivare?

Informare?

Spingere all’azione?

Divulgare i segreti della ricetta della nonna per il ragù perfetto? 🍲

L’obiettivo deve essere cristallino.

Ma attenzione a non trascurare le sensazioni, le emozioni, gli stati mentali che vogliamo suscitare nel nostro pubblico. Perché, ammettiamolo, le emozioni sono l’inchiostro simpatico con cui scriviamo i ricordi.

Ricordiamo ciò che ci emoziona, non ciò che ci annoia a morte (tipo quella volta che vostro zio ha mostrato TUTTE le 400 foto delle sue vacanze in Val Pusteria, commentandole una per una).

Pensateci un attimo: chi era il vostro insegnante preferito?

E il peggiore?

Scommetto quello che volete che il migliore era empatico, chiedeva feedback, vi faceva sentire parte della lezione, magari adattava il linguaggio se vedeva facce perplesse.

Era un po’ come un bravo chef che assaggia il piatto mentre lo prepara. 👨‍🍳

Il peggiore?

Probabilmente era rigido, autoritario, un monolite di sapere che non si curava minimamente se dall’altra parte ci fosse comprensione o un branco di bradipi in catalessi.

“Se non hai capito, problema tuo!”.

Errore gravissimo!

Il problema, cari miei, è quasi sempre del comunicatore, non del “ricevente” (che brutta parola, sembra una radio, ma ci siamo capiti).

Il coinvolgimento è la chiave di volta.

Anche in un serissimo evento aziendale. Invece di snocciolare un “La nostra azienda vende Xmila smartphone all’anno”, perché non provare con un: “Secondo voi, quanti smartphone vendiamo in Italia in un anno? Provate a sparare una cifra!”. Boom! 💣

Avete appena attivato i neuroni del pubblico, li avete trasformati da spettatori passivi a giocatori attivi. Li avete tirati dentro lo speech come un tornado fa con le tegole.

E poi, ascoltate.

Ascoltate con le orecchie, certo, ma soprattutto ascoltate con gli occhi. Le espressioni del viso sono il vostro termometro.

La prima fila sorride o ha l’aria di chi sta subendo un’estrazione dentale senza anestesia tipo Il maratoneta?

Le posture: sono protesi in avanti, curiosi, o afflosciati sulla sedia come un soufflé venuto male?

E i telefoni?

Se sono più gli occhi sullo schermo che su di voi, Houston, abbiamo un problema di comunicazione! 😬

Ascoltate anche i rumori della sala: scricchiolii di poltrone, colpi di tosse insistenti (non quelli da “ho il raffreddore”, ma quelli da “qualcuno ci liberi. Questo è sequestro di persona”).

Sì, perché quando uno spettacolo o un intervento funziona, in sala cala un silenzio quasi religioso, interrotto solo da risate o cenni di assenso. È magico!

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Il fattore “Tenuta Vescica” (perché Jannacci aveva ragione)

Comunicare efficacemente non è solo preparare il “mio” intervento, il “mio” contenuto.

È un ballo a tre: io, il mio interlocutore, e il tempo a disposizione.

E, soprattutto, l’attenzione del pubblico.

Quella bestiolina sfuggente chiamata “attenzione sostenuta“.

Perché anche se siete i più grandi showman del pianeta, c’è un limite fisico e mentale.

Come mi diceva il grande Enzo Jannacci nelle lunghe nottate passate a chiacchierare insieme al Bolgia Umana, il suo locale a Milano:

“Non fare mai uno spettacolo che superi la tenuta della vescica dello spettatore medio!”. 🚽

Parole sante, Enzo!

Una metafora un po’ terrena, forse, ma dannatamente efficace.

La soglia dell’attenzione è sacra. Valutate sempre, a seconda del contesto, il tempo ideale per il vostro intervento. Meglio lasciare il pubblico con la voglia di saperne di più, che con la voglia di scappare a gambe levate.

Quindi, la prossima volta che dovete presentare il bilancio trimestrale, spiegare la fissione nucleare alla nonna, o convincere il vostro migliore amico che no, quella che ha visto no, non è Francesca, fermatevi un attimo.

Certo, il contenuto è sovrano, ma la presentazione è la regina che muove davvero le fila.
Non siate quelli del pacchetto unto di focaccia. Siate quelli che trasformano un’informazione in un’esperienza.

Conosciamoci meglio!

GUARDA IL NUOVO SPEECH!

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