Perché uno speaker noioso ti fa perdere l’attenzione (e i soldi) | Diego Parassole

Perché uno speaker noioso ti fa perdere l’attenzione (e i soldi)

Non è solo questione di stile: un discorso poco coinvolgente attiva i circuiti cerebrali del disinteresse e rende inefficace ogni tentativo di trasmettere valore

Almeno una volta nella vita è successo a tutti.

Siete lì, seduti comodi (o scomodi, a seconda della sedia da conferenza che il destino vi ha riservato), pronti ad assorbire conoscenza come un ciclista assetato durante il giro del Sahara.

Davanti a voi, uno speaker. Sullo schermo, slide che sembrano uscite direttamente dagli anni ’90, con più testo del Signore degli Anelli. Lui, o lei, parte. E dopo tre minuti netti, le vostre palpebre iniziano a comunicare in codice Morse con le ginocchia, il cervello va in modalità screensaver e l’unica cosa che assorbite è la disperazione cosmica. 🤦‍♀️

Se vi è successo, sappiate che non siete soli. Soprattutto, sappiate che non è colpa vostra se la vostra attenzione ha deciso di fare fagotto e partire per un lungo viaggio verso mete più esotiche.

È colpa dello speaker noioso! E quella noia, signore e signori, non è solo fastidiosa: è costosa. Molto costosa.

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La noia: quel fastidioso superpotere (contro di noi)

Diciamocelo chiaramente: la noia è una brutta bestiaccia. La percepiamo come uno stato profondamente spiacevole, quasi un insulto personale da parte dell’universo. Ci fa sentire scollegati, come un modem 56k nel 2025. Quando uno speaker ci ammorba con la sua monotonia, la nostra concentrazione si volatilizza come Casper quando vede i Ghostbuster. 🫠

Avete presente quella sensazione che il tempo si dilati a dismisura?

Un minuto di noia può sembrare lungo quanto una maratona di Mentana; un solo istante di sbadigli vale quanto la visione integrale di tutte le stagioni di Sentieri.

Il professor Gaetano Sansone dell’Accademia Paolo Grassi, parlando di teatro (ma il concetto è universale), una volta mi disse che “anche la noia a teatro deve essere divertente“.

Cioè: anche quando i personaggi in scena rappresentano un momento di noia… beh, il pubblico deve essere divertito; è fondamentale catturare la sua attenzione.

Ecco, uno speaker noioso fallisce miseramente in questo. Non c’è nulla di divertente nel contare le volte che dice “ehm” o nel cercare di indovinare il numero di granelli di forfora sulla sua giacca.

Il nostro cervello, quando è annoiato, va in modalità “panico da intrattenimento“.

Come un naufrago su un’isola deserta che si mette a parlare con una palla da pallavolo, noi cerchiamo disperatamente qualsiasi cosa per alleviare quella sofferenza.

Nell’era degli smartphone poi… Ti sfido a stare nella sala d’attesa di un medico senza guardare il telefono! Del resto, meglio giocare a Snake col Nokia 3310 che leggere certe riviste tipo “Fusibili Oggi” o “Il mio pincher”.

C’è gente che, pur di non annoiarsi, sarebbe disposta a fare cose incredibili.

Pensate che come riporta lo studio “Just think: The challenges of the disengaged mind”, le persone hanno preferito darsi delle piccole (ma fastidiose) scosse elettriche piuttosto che restare in una stanza senza fare nulla! 🤯

Capite? Scosse elettriche!

Se questo non vi dice quanto la noia sia un potente motivatore (a fuggire), non so cosa possa farlo.

Il cervello annoiato: un giramondo spericolato

Ma cosa succede esattamente nella nostra capoccia quando la noia prende il sopravvento?

Il buon Andreas Elpidorou, nel suo “The Bored Mind is a Guiding Mind“, ci dice una cosa rivoluzionaria: la noia non è il nemico! Anzi, è una specie di sirena d’allarme interna 🚨.

È il nostro cervello che, con la delicatezza di un elefante in una cristalleria, ci urla: “Ehi tu! Quello che stai facendo/ascoltando è più inutile di un costume da bagno al Polo Nord! CAMBIA!”.

Insomma, la noia è una bussola emotiva che ci spinge a cercare lidi più stimolanti. Quando uno speaker ci annoia, il nostro TomTom interiore sta semplicemente dicendo: “Ricalcolo! Questa presentazione non porta da nessuna parte interessante!”.

E poi c’è la questione della creatività. Una ricerca su studenti tedeschi (“Investigating the Relationship Between Boredom and Creativity“) ha scoperto una cosa curiosa: se ci annoiamo perché il compito è troppo facile, il cervello si mette a fare capriole creative, tipo un ginnasta annoiato che si inventa nuovi esercizi.

Ma se ci annoiamo perché il compito (o il discorso) è troppo difficile o incomprensibile, il cervello va in modalità “non disturbare, sto pensando alla carbonara di stasera”. 🍝 Addio creatività, addio attenzione.

Infine, James Danckert e Colleen Merrifeld, con il loro studio “Boredom, sustained attention and the default mode network“, ci hanno fatto fare un viaggetto nel cervello annoiato.

Hanno fatto vedere a dei poveri volontari un video di otto (OTTO!) minuti di due tizi che stendono panni. Risultato? Si è acceso a palla il Default Mode Network (DMN).

Il DMN è un po’ come il Netflix interiore che parte in automatico quando non c’è nulla di meglio da guardare: il cervello inizia a vagare, a ripensare al passato, a fantasticare sul futuro (tipo “quando finirà questa tortura?”). 🎬

A me capita quando finisco in qualche trattoria da incubo: mi immagino di trovarmi di fronte a squisiti manicaretti (così evito di chiamare Cannavacciuolo, o chi per lui).

Invece, quando i partecipanti guardavano un documentario naturalistico super interessante, si accendeva l’insula anteriore, l’interruttore che ci tira fuori dalla nebbia della noia.

Uno speaker noioso? DMN a manetta e insula anteriore in letargo.

Il conto salato degli speech soporiferi

Ora, parliamo di soldi. 💰 Se un’azienda investe in un evento, in un corso di formazione, in un meeting importante, e lo speaker è un campione olimpico di lancio del sonnifero, cosa succede?

Succede che il messaggio non arriva. Zero (cari sorcini). Nada (per citare un’altra cantante).

Le ore dei dipendenti passate ad ascoltare (o a fingere di farlo) sono ore pagate sprecate.

Le informazioni fondamentali che dovevano essere trasmesse si perdono nell’etere come un calzino spaiato in lavatrice. Le opportunità di crescita, di motivazione, di cambiamento, svaniscono.

È come comprare un biglietto per un concerto rock e ritrovarsi ad ascoltare rumore bianco per tre ore. Una truffa emotiva ed economica!

Immaginate un evento aziendale dove lo speaker è così soporifero che l’unico KPI misurabile è il numero di persone che hanno scoperto di saper disegnare unicorni 🦄 sui loro block-notes o che hanno battuto il record personale a Candy Crush sotto il tavolo.

Soldi buttati, tempo perso, e un vago senso di tristezza che aleggia nell’aria come Sanremo i mesi senza Festival.

Cosa potremmo fare? Accendiamo l’insula anteriore!

E se invece… se invece lo speaker fosse uno di quelli che ti tiene incollato alla sedia?

Uno che ti fa scattare l’insula anteriore come le luci di un flipper?

Qui entra in gioco l’arma segreta: l’umorismo.

Attenzione, non parlo di barzellette da sagra del carciofo (con tutto il rispetto per le sagre e i carciofi). Parlo di quell’umorismo intelligente, quella capacità di alleggerire, di creare connessioni inaspettate, di rendere un concetto complesso digeribile come un sorbetto al limone dopo un pranzo di nozze. 🍋

L’umorismo, quando usato bene, è come l’olio nel motore del messaggio: lo fa girare liscio, senza attriti, e lo porta a destinazione.

Tiene alta la concentrazione, perché il cervello è curioso, vuole sapere dove andrà a parare quella battuta, quell’analogia buffa.

Favorisce la memorizzazione, perché le emozioni (e una sana risata è un’emozione potente!) fissano i ricordi.

La risata non deve essere il fine, ma il mezzo. Uno strumento per veicolare contenuti e messaggi costruttivi. Non solo pars destruens (distruggere la noia), ma pars construens (costruire comprensione e coinvolgimento). Edificante, signori miei!

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La leggerezza: il miglior modo di comunicare profondità!

Durante i miei speech vedo la differenza ogni giorno. Vedo facce che si illuminano, cervelli che si accendono, persone che escono dalla sala non solo con qualche nozione in più, ma con un sorriso e la sensazione di aver speso bene il loro tempo.

Quindi, il mio invito è questo: la prossima volta che organizzate un evento, un meeting, una convention, o dovete scegliere chi parlerà al vostro team, pensateci bene. Pensate all’insula anteriore dei vostri ascoltatori. Pensate al loro DMN che scalpita per partire per la tangente.

Scegliete qualcuno che non vi faccia rimpiangere il video dei panni stesi. Scegliete qualcuno che sappia usare la leggerezza per comunicare profondità. Scegliete qualcuno che trasformi quei minuti (o ore) in un investimento e non in un costo.

Perché, alla fine, far arrivare un messaggio importante in modo che resti impresso, che motivi e che magari strappi pure una risata, non è solo bello: è dannatamente efficace. Il vostro denaro (e il vostro tempo) vi ringrazieranno.

E anche i vostri neuroni, che potranno finalmente godersi uno spettacolo interessante invece di contare le pecorelle. 🐑

Ricordate: un dipendente attento è un dipendente che impara. Un cliente coinvolto è un cliente che compra. Uno spettatore divertito è uno spettatore felice.

E la felicità, si sa, è un ottimo affare! 😉

Conosciamoci meglio!

GUARDA IL NUOVO SPEECH!

Comunicazione Efficace