Basta un tono monotono, una scaletta confusa e il pubblico entra in letargo: parlare in pubblico è un’arte sottovalutata che miete più vittime della tombola aziendale
Siamo a una conferenza, o peggio, a una riunione aziendale del lunedì mattina.
L’oratore sale sul palco, inizia a parlare e diciamo che non ha proprio la verve comunicativa di Obama (ma manco del Baffo delle televendite, per volare più basso!).
Il discorso profuma così tanto di camomilla e valeriana che a un certo punto entra un ragazzino che urla: “Cuscini, chi vuole comprare un bel cuscino?“!
E ne vende un bel po’. Chi non lo compra è solo perché si sta cullando già da un po’ tra le braccia di Morfeo!
Ma se anche restiamo svegli, dopo cinque minuti, le nostre palpebre pesano quanto due piccoli monoliti, la mente vaga verso la lista della spesa, e l’unica cosa che ci impedisce di russare sonoramente è la paura di svegliare il vicino che dorme profondamente. Lo confesso: qualche sera fa ho visto uno spettacolo teatrale così noioso che a un certo punto ho detto a mia moglie: “Se mi addormento, non mi svegliare… a meno che tu non mi senta russare troppo forte”. E mia moglie non mi ha svegliato. Probabilmente perché a un certo punto si è addormentata anche lei.
Ecco, quello è il public speaking andato a male, come una mozzarella dimenticata fuori dal frigo in piena estate. 🤢
Ma cos’è esattamente questo “public speaking”?
È l’arte di non trasformare una platea di persone attente in un campo di tassi in letargo.
È la capacità di informare, persuadere o intrattenere un pubblico, e richiede preparazione, una struttura chiara e, spesso, quel “non so che” che fa la differenza tra un monologo degno di un sonnifero e un discorso che ci fa venire voglia di alzarci in piedi e urlare “Ancora!”.
E siccome, lo sappiamo bene, non è facile portarsi a casa un buon risultato, ecco emergere una strana sensazione di disagio, di ansia, di preoccupazione, che pervade la mente di molti speaker prima di salire in scena. Capita anche a voi?
Tranquilli, non siete soli! La paura di parlare in pubblico, o glossofobia, è più comune di quanto si pensi.
Però, come per imparare ad andare in bicicletta (ricordate le sbucciature alle ginocchia?), con un po’ di pratica e qualche dritta, possiamo passare da “oddio, ho paura perfino di telefonare per ordinare la pizza!” a “sono pronto, fatemi presentare Sanremo!”.
Ma veniamo a esempi che più pratici non si può.
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Il tutorial della noia: cosa NON fare
Partiamo da un esempio che, al confronto, la melatonina è così eccitante da sembrare un caffè fatto non con l’acqua, ma con altro caffè!
Mai sentito parlare di “A Long Boring Speech about Frames Per Second”?

Se la risposta è no, beati voi! Non vale la pena cercarlo su YouTube, a meno che non soffriate di insonnia cronica.
Nel video un tizio parla per un tempo indefinito (nessuno è mai riuscito a vederlo fino alla fine, narra la leggenda) di frame e macchine fotografiche (almeno così sembrerebbe) con un tono di voce talmente piatto che farebbe invidia all’elettroencefalogramma di uno zombie. 😴
Cosa possiamo imparare da questo eroe al contrario?
- La passione va accesa, non spenta, se nemmeno chi parla sembra interessato a ciò che dice, perché dovremmo esserlo noi?
- Preparazione e organizzazione (queste sconosciute?), anche se l’argomento è tecnico, un minimo di struttura e passione potrebbero evitare l’effetto “valium verbale”.
- Ritmo e comunicazione non verbale, un tono monocorde (quasi ipnotico) e l’assenza di gestualità trasformano qualsiasi discorso in una ninna nanna involontaria. Qui, il consiglio “manteniamo un ritmo, usiamo frasi corte” è stato chiaramente ignorato, come birre analcoliche a una festa.
Quando le parole abbracciano: gli esempi che ispirano
Passiamo ora a chi, invece, sa come stregare il pubblico.
Prendiamo Brené Brown e il suo celebre TED Talk “La forza della fragilità”.
Cos’ha di speciale?
La sua espressività.
Guardiamola: il suo viso racconta storie quasi quanto le sue parole.
Si immedesima, ci fa immedesimare. Non sta leggendo un copione, sta condividendo un pezzo di sé.
È come quella chiacchierata con un’amica che ci apre il cuore e ci fa sentire meno soli. Qui, il consiglio “evitiamo di leggere parola per parola” e “attenzione alla comunicazione non verbale” sono applicati magistralmente. Lei è il suo discorso.
Poi c’è David Brooks con il suo intervento “L’animale sociale”.
La sua gestualità è un ottimo esempio di naturalezza: non è eccessiva, non distrae, ma accompagna e sottolinea i concetti.
Sembra quasi un direttore d’orchestra che guida le nostre emozioni e non un vigile che dirige il traffico durante l’Armageddon!
Però, c’è un “ma”. (Sì, anche i grandi a volte inciampano, e noi siamo qui per imparare da tutto!).
Brooks, al termine del suo intervento, tende ad allontanarsi dal palco prima che l’applauso raggiunga il suo culmine, quasi scappando. Questo crea una sottile distanza, un leggero “effetto ghosting” con il pubblico.
Qui si nota l’importanza della prossemica, quella disciplina affascinante che studia la vicinanza e la lontananza tra le persone come forma di comunicazione. Un oratore che si allontana troppo presto può inconsciamente comunicare distacco o fretta.
Peccato, perché per il resto era da manuale! 🚶♂️💨
E che dire di Hans Rosling e il suo TED Talk “Le migliori statistiche che abbiate mai visto”?
Se pensiamo che i numeri siano noiosi, Rosling ci farà cambiare idea più velocemente di quanto impieghiamo a dire “diagramma a torta”.
Il suo uso dei supporti visivi è stravagante ma geniale.
Entra quasi fisicamente nelle slide, muove le mani con un’enfasi da telecronista sportivo brasiliano durante la finale dei Mondiali, trasformando i dati in una storia avvincente. 📊⚽
Usa il videoproiettore in modo innovativo, anche se la luce diretta addosso potrebbe non essere l’ideale per tutti (potrebbe sembrare un interrogatorio, ma lui la gestisce alla grande!).
Questo è un esempio di come adattarsi al pubblico (rendendo le statistiche sexy!) e l’uso di supporti visivi possano fare miracoli. Un vero showman dei dati!
Dalla teoria alla pratica: la nostra prossima performance (anche solo al bar)
Cosa ci portiamo a casa da questa carrellata di esempi?
Che parlare in pubblico è un po’ come cucinare: ci sono degli ingredienti base (tipo essere organizzati , non leggere, far attenzione a linguaggio non verbale, solo per dirne alcuni), ma la vera magia sta nel come li mescoliamo, aggiungendo il nostro tocco personale. 🧑🍳
Saper parlare in pubblico non serve solo a tenere discorsi da Oscar. I vantaggi sono tantissimi:
- Autostima alle stelle, presentare un’idea con sicurezza è un boost pazzesco!
- Comunicazione ninja, diventiamo più chiari e persuasivi anche quando chiediamo che giorno è.
- Crescita personale, superiamo paure e insicurezze (inizia dalle cose semplici: alzati per proporre un brindisi, ma solo in occasioni festose…).
- Networking da urlo, connettersi con gli altri diventa più facile.
- Problem solving da Sherlock, preparare un discorso affina la mente.
- Business che decolla, clienti e investitori penderanno dalle nostre labbra (o quasi).
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Ora tocca a voi, senza sbadigli: che il palco sia con voi!
Quindi, la prossima volta che dovrete parlare davanti a più di due persone (il vostro gatto e il ficus non contano, a meno che non siano molto critici), ricordatevi di questi eroi ed anti-eroi del palco.
Nessuno vi chiede di diventare il prossimo Martin Luther King o la nuova Oprah da un giorno all’altro (a meno che non abbiate un sogno particolarmente potente o un talk show in prima serata).
Ma quando si tratta di eventi che devono lasciare il segno, la scelta di chi salirà su quel palco diventa fondamentale.
Per questo è essenziale rivolgersi a professionisti che sanno il fatto loro.
Perché la differenza tra uno sbadiglio collettivo e un “oooh” di stupore, tra un messaggio dimenticato all’uscita e un’idea che lavora nella mente dei partecipanti per giorni, spesso risiede proprio lì: nella capacità di trasformare l’informazione in un’esperienza coinvolgente (e pure divertente!).
Sì, perché i discorsi che rimangono sono quelli che definiscono il successo di un evento, trasformando un semplice incontro in un momento di vera ispirazione e, perché no, anche di autentico intrattenimento.








