Quando il linguaggio del corpo racconta tutta un'altra storia: 2 esempi da standing ovation (e 2 da noia mortale) | Diego Parassole

Quando il linguaggio del corpo racconta tutta un’altra storia: 3 esempi da standing ovation (e 3 da noia mortale)

Anche chi ha un messaggio potente da trasmettere rischia di perdere credibilità se il linguaggio del corpo racconta una storia diversa

Ti è mai capitato di trovarti a un appuntamento romantico carico di aspettative, in cui vuoi fare un figurone, ma ti ritrovi a mugugnare versi strani tipo Pingu?

Mi sembra di vederti mentre ti tocchi nervosamente il volto o i capelli ogni tre secondi, sudando freddo nonostante l’aria condizionata sparata a mille, che cerchi di sembrare disinvolto.

Sei lì che provi a sparare frasi a effetto con un fare tenebroso, ma la voce è un filo, lo sguardo vaga come un turista perso tra le rovine di Pompei e le mani non sanno dove mettersi: forse potresti intrecciarle dietro la schiena o ficcarle goffamente in tasca…

Insomma, sei così impacciato che l’altra persona, inevitabilmente, dopo un po’ di questo anti-show, comincia a controllare compulsivamente il telefono, a studiare il soffitto come se nascondesse il Sacro Graal e magari si lascia scappare uno sbadiglio degno di un leone marino dopo un’abbuffata.

Ecco, in quel preciso istante, il cervello va in tilt. C’è qualcosa che non quadra, una specie di cortocircuito comunicativo. Cerchiamo di dire A, ma il nostro corpo si fa piccolo piccolo, mentre balbettiamo parole incomprensibili, tipo Fantozzi al cospetto del mega-direttore.

Bene, sappiate che questo fenomeno non è esclusiva degli appuntamenti disastrosi.

Anzi, è un ospite fin troppo frequente sui palchi di mezzo mondo, quando uno speaker, povera anima, dovrebbe illuminarci con la sua sapienza e invece sembra stia lottando contro un esercito di mosche immaginarie.

Perché succede?

Semplice: invece di essere immerso nel suo messaggio è più preoccupato di fare la figura del pesce lesso, terrorizzato dal giudizio dell’altro.

Il risultato?

Un corpo che racconta una storia completamente diversa da quella delle sue parole.

E, credetemi, il corpo è un pessimo bugiardo. Non mente MAI. È come quel bambino con la bocca sporca di cioccolato che giura di non aver toccato la torta. 🍰

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I segnali di fumo (che indicano un incendio di insicurezza)

Immaginiamo la scena: lo speaker, un importante manager dell’azienda che ha organizzato l’evento, deve annunciare dei risultati straordinari, ma lo fa con la postura rigida di un manichino e lo sguardo perso nel vuoto, come se stesse cercando l’uscita di emergenza.

Oppure, deve comunicare una svolta epocale per l’azienda, ma ciondola come un salice piangente e fissa le sue scarpe con un’intensità degna di un feticista.

Qualcosa, evidentemente, non torna, vi pare? 🤔

La verità è che se siamo entusiasti di condividere un successo, il nostro corpo lo urlerà al mondo con un sorriso che va da orecchio a orecchio e una postura aperta da “abbracciami, sono felice!”.

Se invece il focus è sulla paura del giudizio (“Oddio, cosa penseranno di me? Avrò i capelli a posto? La mia cravatta è dritta?”), il corpo trasmetterà un’incoerenza che farà crollare la nostra autorevolezza più velocemente di un castello di carte durante un uragano.

Vediamo una hit parade dei gesti “ammazza-credibilità”:

  • I gesti di auto-contatto protettivo stile “aiuto, mamma!”, toccarsi il viso, il naso, grattarsi come se si avessero le pulci. Distraggono e comunicano disagio. È come dire: “Non credete a una parola di quello che dico, io stesso non ci credo!”;
  • Giocare con oggetti o vestiti (la “coperta di Linus” del performer), manipolare microfoni, penne, anelli, o tirarsi la giacca come se stesse per strozzarsi. Altro che antistress, c’è bisogno di credere in sé stessi!;
  • Agitare le mani come un forsennato che dirige un’orchestra invisibile, movimenti frenetici e incontrollati sono più fastidiosi di una zanzara in camera da letto. Meglio gesti misurati, che sottolineano, non che confondono;
  • Incrociare le braccia in modalità “muro di Berlino”, questa postura urla “non avvicinatevi!” e crea una barriera emotiva. Non proprio l’ideale per connettersi col pubblico, no?

A queste perle si aggiungono due abitudini da cartellino rosso diretto:

  • Parlare dando le spalle al pubblico, spesso colpa delle slide, usate come scudo contro il mondo. Ricordate: le slide sono il contorno, voi siete il piatto principale! Il contatto visivo è il sale della comunicazione;
  • Parlare guardando il pavimento, gli appunti o solo una fettina di pubblico, o leggere le slide con voce monocorde. Avete paura del contatto visivo, o temete di dimenticare le battute? Diciamocelo: se leggiamo tutto il tempo, sembreremo un navigatore satellitare con poca batteria e perderemo ogni briciola di carisma. E se fissiamo solo nostra zia in terza fila, il resto del pubblico si sentirà come il terzo incomodo a una cena romantica. 💔

Esempi da sbadiglio clamoroso VS esempi da applauso

Okay, ora passiamo ai casi concreti. Prepariamo i pop-corn! 🍿

NOIA MORTALE: Il Presentatore Monotono (aka “L’uomo che sussurrava ai piedi”).

Avete presente quel tipo di presentazione in cui lo speaker sembra aver ingoiato un sonnifero, vero? Voce piatta, sguardo fisso sul leggio, corpo immobile come una statua di cera. Magari sta parlando della scoperta del secolo, ma il suo linguaggio del corpo urla “Che palle, quando finisce?”.

Risultato: il pubblico entra in modalità risparmio energetico dopo 30 secondi. Un classico esempio (volontariamente esagerato, ma non troppo lontano da certe realtà) è il “Poor Presentation Example” che trovate su YouTube. Da manuale del “cosa NON fare”.

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NOIA ESILARANTE (quando la noia fa crepare dal ridere): Leonardo Manera e il cinema polacco

Qui l’incongruenza è voluta e diventa arte comica. Manera e Claudia Penoni in una parodia del cinema polacco allo Zelig interpretano Kripstak e Petrektek, una coppia sposata da tempo, rassegnata e stanca, che vive situazioni quotidiane in modo tragicomico, con ritmi lenti, sguardi vuoti e frasi banali e soporifere.

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Il senso dello sketch è ironizzare sull’assurdità della routine coniugale vissuta senza entusiasmo, al punto da diventare quasi una metafora esistenziale.

Il corpo degli attori è rigido, lo sguardo fisso, l’espressione funerea. L’effetto è esilarante proprio perché l’incongruenza tra verbale e non verbale è macroscopica.

Questo ci insegna quanto sia potente il non verbale: se non c’è coerenza, non ci crediamo (o ci facciamo una risata, se c’è Manera!).

Ma vediamo che succede quando un oratore che non sa utilizzare il suo corpo per comunicare ne incontra un altro che sa benissimo come muoversi.

STANDING OVATION VS NOIA: Kennedy vs Nixon

Il primo dibattito presidenziale USA trasmesso in TV, il 26 settembre 1960, fu una lezione magistrale. Nixon, reduce da problemi di salute, appariva pallido, sudaticcio, teso. Si aggrappava alla sedia, muoveva le mani in modo convulso, il suo vestito grigio chiaro si confondeva con lo sfondo.

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Kennedy, al contrario, era abbronzato, rilassato, vestito con un abito scuro che spiccava. Guardava dritto in camera, gesticolava in modo calmo e sicuro, sorrideva con naturalezza (con quelle fossette da membro di una boy-band!).

La cosa curiosa, davvero emblematica?

Chi ascoltò il dibattito alla radio diede Nixon per vincitore, ma chi lo vide in TV non ebbe dubbi:

Kennedy era l’uomo giusto!

Il suo corpo emanava sicurezza e salute, fattori indispensabili per un leader. Nixon, poveretto, sembrava sul punto di chiedere un’aspirina. 🤧

STANDING OVATION 2: Ricky Gervais – L’arte di offendere con (apparente) nonchalance

Pensiamo a Ricky Gervais, il comico britannico, che ha presentato i Golden Globes cinque volte.

Col suo stile aggressivo e caustico, dice cose terribili, al limite dell’insulto, battute che farebbero impallidire la bambina posseduta de L’Esorcista. Eppure, gran parte delle star prese di mira, (e noi sul divano) ride.

Come ci riesce?

Certo, la scrittura è geniale, ma è il linguaggio del corpo la vera chiave.

La sua postura è sempre controllata: a volte si appoggia leggermente al leggio, ma non è mai scomposto. La voce è calma, sicura, quasi sorniona. Niente agitazione, niente nervosismo evidente.

Il suo corpo comunica un controllo assoluto, una sicurezza che “disinnesca” la brutalità delle parole.

È come se dicesse: “Sì, l’ho detto. E allora, che male c’è? Si scherza!”

La sua coerenza tra corpo e personaggio – il provocatore consapevole – è talmente forte che non sembra mai fuori controllo.

Non è un pazzo che straparla: è un maestro della satira, un equilibrista che gioca sul filo della provocazione con una precisione chirurgica. Da studiare col taccuino in mano!

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Il linguaggio non verbale: l’arma segreta per il public speaking!

La morale della favola è che il nostro corpo è un libro aperto, e il pubblico sa leggere benissimo tra le righe (o tra le posture!).

Essere buoni comunicatori non significa soltanto avere contenuti brillanti, ma saperli trasmettere con tutto il nostro essere. E questo passa, inevitabilmente, da una sana fiducia in noi stessi e dalla voglia di metterci in gioco.

Vi immaginate ritrovarvi di fronte a uno speaker soporifero e magari pure sudaticcio, un po’ alla Nixon insomma?

Sarebbe la pietra tombale per l’attenzione dei presenti e per il messaggio che si vuole trasmettere, non trovate? 😱

Ecco, quando l’obiettivo è tenere alta la concentrazione, durante un evento aziendale per esempio, informare e magari, perché no, lasciare un ricordo piacevole e stimolante, la scelta di chi sta sul palco fa tutta la differenza del mondo.

Si tratta di trovare quel giusto mix tra contenuto e intrattenimento, tra serietà e quel pizzico di leggerezza che fa arrivare il messaggio dritto al punto… e magari anche al cuore, creando un’esperienza più che una semplice presentazione.

Perché un pubblico coinvolto è un pubblico che ricorda, e un evento memorabile è un investimento, non una spesa. 😉

Che la forza (del linguaggio non verbale) sia con voi!

Conosciamoci meglio!

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Comunicazione Efficace