Abbiamo scambiato la collaborazione per un karaoke aziendale in cui tutti cantano la stessa canzone, ma la verità è che i team migliori crescono tra discussioni, inciampi e aggiustamenti continui
Avete mai partecipato a quelle cene di gruppo in cui ognuno deve portare qualcosa?
In teoria, un’idea geniale…
Poi però arrivate lì e scoprite che otto persone su dieci hanno portato l’insalata di patate. Una ha portato le patatine in sacchetto. E una un sacchetto di patate, per decidere tutti insieme come cucinarle.
E voi, che vi siete sbattuti per preparare una parmigiana cosmica, vi ritrovate a mangiare carboidrati in tre consistenze diverse, riflettendo su quanto la convivenza tra umani sia davvero difficile…
Ecco, la “collaborazione” in molte aziende rischia di fare la fine di queste cene.
È una parola magica, un mantra che riecheggia nelle sale riunioni, splende sui PowerPoint e viene declamata dal palco delle convention come se fosse la soluzione a tutto, dalla crisi climatica alle macchie di caffè sulla moquette.
Ne parliamo così tanto che abbiamo quasi dimenticato il suo significato.
Ma collaborare non è stare seduti nella stessa stanza (nello stesso gruppo WhatsApp, o collegati tutti su Zoom, in pigiama dalla vita in giù).
E non è nemmeno essere tutti d’accordo. È un’arte sottile che richiede fiducia. 🤝💪
Il grande equivoco della mente alveare 🧠🐝
Per anni abbiamo fantasticato su un’idea che potrebbe sembrare quasi fantascientifica: se un team lavora bene, le menti dei suoi membri dovrebbero quasi “sincronizzarsi”, no?
Un po’ come le coppie che stanno insieme da una vita e hanno una tale complicità che si finiscono le frasi a vicenda.
L’idea che i nostri cervelli possano entrare in risonanza durante un lavoro di squadra è affascinante. Così affascinante che alcuni scienziati, armati di caschetti ipertecnologici (non quelli della permanente, ma roba da Matrix!), hanno deciso di verificare.
Uno studio recentissimo del 2025, pubblicato su Social Cognitive and Affective Neuroscience, ha messo delle coppie di persone a collaborare su un compito specifico (una disegnava una mappa seguendo le istruzioni dell’altra) misurando contemporaneamente la loro attività cerebrale.
Tutti si aspettavano di vedere la sincronia tra i cervelli aumentare man mano che il feeling cresceva. E invece… sorpresa! 🤷♂️
La ricerca, guidata da Coralie Réveillé, ha scoperto che questa “sincronia cerebrale” non aumenta prevedibilmente nel tempo e, soprattutto, non è un indicatore affidabile della performance del team.
In pratica, avere i cervelli che “vibrano” all’unisono non garantisce che la mappa venga disegnata bene. Anzi, ogni team ha una sua traiettoria unica e imperscrutabile.
Cosa ci dice questo?
Che la collaborazione non è una magia neurologica, un misterioso allineamento di onde cerebrali.
È qualcosa di molto più umano e, se vogliamo, più imprevedibile.
Non siamo un’orchestra che deve solo accordare gli strumenti; siamo più simili a una jazz band, dove l’improvvisazione e l’ascolto reciproco contano più di uno spartito identico per tutti.
Liberatorio, no?
Smettiamola di studiare i pesci fuor d’acqua 💡🐟
Se il segreto non è nel singolo cervello, allora dove diavolo si nasconde?
Un altro studio illuminante, pubblicato su Frontiers in Psychology, ci dà un indizio fondamentale. Per decenni, le neuroscienze applicate al mondo del lavoro hanno commesso un errore un po’ ingenuo: studiavano il cervello dei manager, dei leader, dei venditori… ma lo facevano quasi sempre mentre erano da soli.
È come voler capire il traffico di Roma analizzando una singola auto ferma in un garage. Utile fino a un certo punto…
I ricercatori, tra cui Sarah Boukarras e Chiara Consiglio, propongono un cambio di paradigma radicale, che chiamano “approccio in seconda persona”.
Invece di guardare dentro una testa alla volta, hanno iniziato a studiare cosa succede tra le teste. Hanno messo i “caschetti tecnologici” a più persone mentre interagivano, discutevano, si guidavano a vicenda.
E qui le cose si fanno interessanti.
Hanno scoperto che la sincronizzazione (non solo cerebrale, ma anche fisiologica, come il battito cardiaco) è associata a una maggiore coesione, fiducia e performance.
Ma non è la causa, è più una conseguenza.
È il risultato di un ambiente in cui c’è fiducia, gli obiettivi sono chiari e la comunicazione funziona.
In altre parole, la scienza sta confermando quello che ogni buon leader (e ogni partecipante a una cena fallimentare) ha sempre sospettato: le dinamiche relazionali sono tutto.
Le aziende non sono agglomerati di individui, sono “laboratori sociali naturali”.
Leggi anche: Cosa si intende con bias? I dispettosi gremlin del cervello che ci fregano ogni giorno (ma ora li becchiamo!)
🧠💬 Quando i neuroni fanno team building
Ok, ma come si trasforma l’insalata di patate aziendale in un banchetto da re?
Smettendo di parlare di collaborazione in modo retorico e iniziando a costruirla sul serio!
Sapete come fare?
Instillando fiducia. Creando un clima dove l’errore è un’opportunità di apprendimento e non un capo d’accusa.
Dove fare una domanda stupida è meglio che fare uno sbaglio intelligente.
Ora, potreste pensare: “Belle parole. Ma come portare tutto questo nella mia azienda, con le scadenze, i budget da rispettare e le resistenze dei collaboratori? Sembra una missione impossibile”.
E se vi dicessi che si può fare, e che si può persino fare divertendosi?
Da anni, porto nelle aziende il mio speech comico-divulgativo “Da soli siamo una goccia, insieme un oceano“.
È una proposta per guardare al lavoro di squadra con occhi nuovi, esplorando con ironia e metodo scientifico proprio le domande che ci bloccano:
- Quali sono gli ostacoli invisibili che impediscono a un team di funzionare?
- Quant’è importante la condivisione delle informazioni (e perché spesso la boicottiamo)?
- In che modo le nostre emozioni diventano un superpotere (o la kryptonite) nelle relazioni di lavoro?
Racconto le complessità della gestione del team e offro strategie pratiche per oliare gli ingranaggi, migliorare le relazioni e trasformare un gruppo di talentuosi individualisti in un team affiatato.
Che ne dite di trasformare quell’oceano di parole sulla collaborazione in una bella ondata di risultati concreti?
Se volete portare i miei speech nei vostri eventi aziendali, scrivetemi qui, o se volete allenarvi a “mettere in pratica” i miei consigli, potete iscrivervi ai miei corsi di formazione (anche quella bella concentrata e “compressa” da 8 ore al giorno).
Promesso: niente insalata di patate 🥔🥗.








