Cosa si intende con bias? I dispettosi gremlin del cervello che ci fregano ogni giorno (ma ora li becchiamo!) | Diego Parassole

Cosa si intende con bias? I dispettosi gremlin del cervello che ci fregano ogni giorno (ma ora li becchiamo!)

Studi recenti confermano che questi automatismi cognitivi non solo condizionano il lavoro e le relazioni, ma possono influenzare anche il benessere emotivo

Avete presente quel calzino che sparisce sistematicamente in lavatrice?

Quello spaiato, solitario, che vi lascia con un gemello orfano e un sacco di domande esistenziali.

Ecco, per anni ho incolpato un portale interdimensionale nascosto nel cestello. Poi ho capito: la mia lavatrice non è un varco per un universo sconosciuto. Semplicemente, il calzino si incastra nella guarnizione.

Il nostro cervello funziona un po’ come quella lavatrice.

È una macchina potentissima, capace di calcoli straordinari, ma ha le sue “guarnizioni”, i suoi angoli ciechi. E dentro ci si incastrano delle idee, delle scorciatoie mentali così automatiche che non ce ne accorgiamo nemmeno.

Questi sono i bias cognitivi: i dispettosi, invisibili gremlin che “dirottano” le nostre scelte quotidiane, dalle più stupide (tipo comprare un portachiavi dei Simpson su Amazon) alle più importanti (tipo decidere chi assumere).

Ma la buona notizia è che, una volta che sai dove guardare, questi gremlin li puoi beccare. Siete pronti a fare un po’ di disinfestazione cerebrale? 🧠

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Il pilota automatico del cervello (che di tanto in tanto sbanda)

Partiamo dalle basi. Il nostro cervello è un pigrone. Non per cattiveria, ma per efficienza.

Gestisce una quantità di informazioni spaventosa ogni secondo, quindi per sopravvivere ha sviluppato delle strade più brevi per prendere decisioni in fretta senza andare in surriscaldamento.

Le euristiche sono come scorciatoie mentali che il cervello usa per risparmiare tempo ed energia: invece di analizzare ogni dettaglio, si affida a regole pratiche e intuitive per arrivare subito a una conclusione. Funzionano, almeno nella maggior parte dei casi…

I bias, invece, sono le versioni “difettose” di queste scorciatoie: errori sistematici di giudizio che nascono quando la mente applica le euristiche in modo rigido o improprio.

In pratica, se le euristiche aiutano a decidere in fretta, i bias fanno inciampare nei pregiudizi. Le prime sono utili scorciatoie, i secondi veri e propri trabocchetti del pensiero.

Il problema? Questi bias, utilizzati per non farci paralizzare ogni volta che dobbiamo scegliere tra pizza margherita e capricciosa, a volte ci portano fuori strada.

Ci fanno interpretare la realtà in modo distorto, illogico e, diciamolo, un po’ semplicistico. Sono dei veri e propri bug nel nostro sistema operativo mentale.

Vediamone alcuni in azione…

I famigerati bias: i “terribili 6”

  • Il bias di conferma: questo è il capobanda, il più subdolo di tutti. Ama le nostre opinioni così tanto che ci fa cercare solo le informazioni che le confermano, ignorando tutto il resto. Avete mai notato che se siete convinti che un certo politico sia un genio (o un incapace), Facebook e Google vi mostrano magicamente solo articoli che vi danno ragione? Non è magia, è il bias di conferma che vi costruisce una comoda bolla in cui sentirvi al sicuro. E noi ci sguazziamo. (Sì, ce l’ho con te, algoritmo di Facebook).
  • L’affinity bias: sul lavoro è un disastro. Questo meccanismo ci sussurra all’orecchio: “Fidati di chi è come te!”. Così, durante un colloquio, finiamo per preferire il candidato che tifa la nostra stessa squadra di calcio o che ha fatto il nostro stesso liceo, invece di quello con le competenze migliori. Limita la diversità e l’innovazione. Pensate che secondo uno studio dell’NHS britannico, a parità di competenze, i candidati bianchi avevano quasi il 70% di probabilità in più di essere assunti rispetto a quelli di minoranze etniche.
  • Il beauty bias: ah, questo è spietato. Ci convince che le persone più attraenti secondo i canoni convenzionali siano anche più competenti, intelligenti e affidabili. Non è un’opinione, sono dati. Una ricerca dell’Università del Mississippi e dell’Illinois ha dimostrato che le persone considerate più “belle” guadagnano mediamente di più. In pratica, il vostro cervello potrebbe preferire il candidato che assomiglia a Brad Pitt anche se ha le competenze di un bradipo assonnato. 😈
  • L’effetto Dunning-Kruger: il mio preferito. È quel meccanismo che si attiva nelle persone meno competenti, portandole a pensare: “SEI UN GENIO INCOMPRESO!”. In pratica, chi meno sa, meno si rende conto di non sapere, e quindi tende a sovrastimare le proprie capacità in modo quasi comico. È la spiegazione scientifica di quell’amico che, dopo aver visto mezza puntata di un tutorial su YouTube, si sente pronto a costruirvi una casa con solo un trapano e una smerigliatrice.
  • Il name bias: uno studio del MIT ha spedito migliaia di curriculum identici cambiando solo il nome in cima. Risultato? I nomi dal suono “bianco” e anglosassone hanno ricevuto il 50% di risposte in più rispetto a quelli dal suono afroamericano o etnico. Questo bias è la prova che un pregiudizio può scattare prima ancora di aver letto una singola riga di competenze. Fa riflettere, vero?
  • Il bias blind spot, teorizzato da Emily Pronin, Daniel Lin e Lee Ross in “The Bias Blind Spot: Perceptions of Bias in Self Versus Others“, racconta una verità scomoda ma irresistibilmente umana: siamo convinti che i bias ce li abbiano tutti… tranne noi! Nei loro studi, i ricercatori hanno mostrato che le persone si vedono sempre più razionali, obiettive e lucide degli altri, anche quando cadono in pieno nei classici trabocchetti mentali che criticano negli altri. È l’illusione dell’oggettività: tutti credono di guardare il mondo “com’è davvero”, mentre in realtà lo vediamo filtrato dai nostri pregiudizi. Insomma, i bias sono come i pezzi di verdura tra i denti: fastidiosi quando li vediamo negli altri, ma se ce li abbiamo noi, non ce ne accorgiamo (a meno che non ce lo facciano notare, ovviamente! 😁🥬).

Cosa dice la scienza sui bias? (Spoiler: i gremlin ci rovinano pure le feste)

Se pensate che questi siano solo simpatici scherzetti mentali, tenetevi forte.

Una ricerca illuminante del 2025 pubblicata su Frontiers ha dimostrato che i bias cognitivi sono direttamente collegati alla nostra salute socio-emotiva.

In parole povere: più i nostri Gremlin sono scatenati, più siamo a rischio di ansia, depressione e solitudine.

Bias come l’Hostile Attribution Bias (la tendenza a interpretare le intenzioni altrui come ostili) ci trasformano in paranoici asociali, mentre lo Spotlight Effect (la convinzione di essere sempre al centro dell’attenzione e del giudizio) ci fa vivere in un perenne stato d’ansia.

La cosa fantastica? Lo studio dimostra che bastano interventi di “debiasing” anche di 30 minuti per migliorare la situazione per mesi. Una speranza c’è!💡

Questo perché, come spiega la ricerca, quando le persone imparano come funzionano i bias cognitivi, diventano più consapevoli dei propri automatismi mentali e iniziano a correggerli spontaneamente.

Capire che la mente tende a cercare solo conferme o a interpretare i fatti in modo parziale aiuta a fermarsi, riflettere e valutare le cose con maggiore equilibrio. In fondo, basta un po’ di allenamento mentale per cambiare il modo in cui pensiamo e reagiamo.

E nel mondo del business?

Un altro studio del 2025 (“Cognitive Biases in Strategic Decision-Making“) ha coinvolto 119 dirigenti per analizzare come i bias cognitivi influenzino le scelte strategiche.

I risultati mostrano che anche i leader più esperti possono cadere in alcune trappole mentali, come l’illusione di controllo, la tendenza a sopravvalutare la propria capacità di gestire variabili complesse.

In molti casi, questa sicurezza porta a preferire modelli decisionali più rigidi e centralizzati, con un forte controllo dall’alto, riducendo però la flessibilità necessaria per interpretare correttamente i cambiamenti del mercato.

I ricercatori hanno poi sperimentato una tecnica di debiasing chiamata outside view, che consiste nel confrontare le proprie strategie con dati e casi esterni per ridurre il rischio di autoconferma.

Tuttavia, l’effetto non è stato quello previsto: più informazioni venivano fornite, più alcuni dirigenti si convincevano di avere tutto sotto controllo.

È un risultato interessante perché mostra come l’esperienza e la fiducia, qualità essenziali nella leadership, possano talvolta rafforzare, anziché attenuare, certe distorsioni cognitive. 😅😳

La lezione è preziosa: anche i decisori più preparati traggono beneficio da un confronto continuo e da spazi di riflessione condivisa.

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Impara a domare quei mostriciattoli dispettosi chiamati bias!

La prima cosa da capire è che avere dei bias è normale. Non siamo persone cattive o stupide. Siamo umani, con un cervello meravigliosamente imperfetto.

Il primo passo non è eliminarli (impossibile), ma riconoscerli. Accendere la luce e vedere i gremlin per quello che sono: automatismi da mettere in discussione.

Chiedetevi: “Sto cercando prove a favore della mia tesi o sto cercando la verità?”, “Sto scegliendo questa persona perché è brava o perché mi ricorda me da giovane?”.

Beccare i propri bias da soli, però, è dura. È come cercare di farsi il solletico: il cervello sa già dove vuoi andare a parare e si difende. Il vero cambiamento avviene quando impariamo a stanarli in gruppo, in un team, in un’azienda.

E se volete imparare a farlo ridendoci su ma prendendo appunti molto seri… beh, sapete chi chiamare.

Raccontare queste storie dal palco, aiutando le aziende a creare ambienti più equi e consapevoli, è il mio lavoro. Insieme, possiamo trasformare quei dispettosi gremlin in dei compagni di viaggio un po’ goffi ma, finalmente, sotto controllo. 🎯

Conosciamoci meglio!

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