Anche il gruppo più talentuoso può inciampare se non riesce a pensare e agire come un’entità coordinata (e magari anche un po’ ritmata)
È capitato a molti, lo so. Compri il biglietto, aspetti mesi, finalmente le luci dello stadio si abbassano.
Sul palco sta per salire una leggenda, un nome che ha fatto la storia della musica. Stai per vedere Iggy Pop!
Non puoi credere al fatto che un personaggio del genere sia venuto davvero nel tuo paesino sperduto alla festa di San Genanzio.
Ti aspetti la magia, l’energia pura. E invece, basta un attimo per capire che qualcosa non va.
Quello sul palco non è Iggy Pop, ma un suo imitatore (e manco uno dei migliori): è Jimmy Pop.
Questa cocente delusione è la stessa che potremmo vedere osservando i team di alcune aziende.
Sulla carta, mi presentano un “Dream Team”: i migliori talenti, i curriculum più scintillanti, le menti più brillanti del settore. Un supergruppo destinato a scalare le classifiche del mercato. Poi, alla prima riunione, l’amara scoperta: sono solo una cover band stonata. Litigano, non si ascoltano, producono risultati mediocri.
Perché un gruppo di persone geniali, messo insieme, spesso fallisce? E perché, al contrario, team apparentemente normali riescono a compiere imprese memorabili?
La risposta ha un nome che suona quasi fantascientifico: intelligenza collettiva. 🧠
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La mente dell’alveare (ma senza il ronzio)
L’intelligenza collettiva non è la semplice somma dei QI dei membri del team. Se così fosse, basterebbe chiudere in una stanza un paio di premi Nobel per risolvere la fame nel mondo. Invece, è qualcosa di più magico e sfuggente.
È la capacità di un gruppo di funzionare come un unico, grande cervello.
Come passare da un tiramisù destrutturato (dolce di grande tecnica, ma ogni ingrediente per conto suo) a un tiramisù classico, buonissimo, perfettamente equilibrato (alla faccia delle stelle Michelin!).
Per anni, abbiamo creduto di aver trovato la ricetta segreta.
Nel 2010, una ricerca del MIT guidata da Anita Woolley introdusse il concetto di “fattore c” (dove “c” sta per collettivo, non per “caos”, anche se a volte il confine è sottile 😄).
Era, in sostanza, il “QI di un gruppo”.
Secondo Woolley e i suoi colleghi, i tre ingredienti magici per un alto “fattore c” non erano tanto le capacità individuali, quanto:
- La sensibilità sociale: la capacità di leggere le emozioni altrui (capire se il silenzio di Mario è concentrazione profonda o un micro-sonno post-pranzo).
- I turni di parola distribuiti: nessuno monopolizza la conversazione, neanche l’ego più grande della stanza.
- Una maggiore presenza femminile, che lo studio correlava a una più alta sensibilità sociale.
Per un decennio, questa è stata la Bibbia del teamwork. Sembrava tutto così semplice. Ma, come in ogni buona serie TV, proprio quando pensi che il protagonista sia passato a miglior vita, eccolo che resuscita grazie a un superpotere ereditato dal nonno 🦸♂️.
Il colpo di scena: la ricerca di Rowe che ha cambiato le regole (per ora)
Nell’agosto del 2024, un team di ricercatori guidato da Luke I. Rowe ha pubblicato uno studio dal titolo: “High-performing teams: Is collective intelligence the answer?“
La loro missione: mettere alla prova questo famoso “fattore c” per vedere se fosse davvero l’unica risposta.
I risultati sono stati una piccola rivoluzione.
Primo: lo studio di Rowe non ha trovato un singolo e monolitico “fattore c”.
L’idea di un unico “QI di gruppo” che vale per tutto, secondo questa ricerca, è troppo semplicistica.
Invece, hanno scoperto che l’intelligenza di un gruppo assomiglia molto di più a quella individuale…
Rowe e colleghi hanno quindi proposto un modello a due fattori:
- Intelligenza Collettiva Fluida (cFluid): questa è la capacità del gruppo di pensare “fuori dagli schemi”, di risolvere problemi nuovi e astratti senza avere un manuale di istruzioni. È l’arte di improvvisare quando il proiettore si rompe a cinque minuti dalla presentazione al cliente più importante della storia. È il problem-solving creativo allo stato puro.
- Intelligenza Collettiva Cristallizzata (cCrystal): la capacità del gruppo di usare conoscenze, abilità ed esperienze già consolidate per portare a termine compiti specifici. È seguire alla perfezione una procedura, applicare un metodo collaudato, montare un mobile IKEA senza che avanzi neanche una vite (un’impresa che, ammettiamolo, richiede un’intelligenza collettiva sovrumana).
In pratica, non esiste “un” team intelligente, ma team che sono bravi a improvvisare (cFluid) e team che sono bravi a eseguire (cCrystal).
Secondo, e qui viene il bello: gli ingredienti magici di Woolley?
Nello studio di Rowe, la parità di parola, la sensibilità sociale e la percentuale di donne nel gruppo non hanno mostrato una correlazione significativa con la performance del team. 😱
Un vero colpo di scena, non c’è che dire! Ma, ehi, la ricerca è un viaggio continuo: si aggiorna, si corregge, si mette in discussione.
Restiamo con le antenne dritte, perché è proprio questo il bello della scienza: non dà mai nulla per scontato.
Ma allora chi ha ragione? E soprattutto, chi vince tra talento e lavoro di squadra?
Calma, non è il momento di sciogliere la band. La ricerca di Rowe non dice che l’intelligenza collettiva non esiste. Anzi, la conferma! Ci dice però che è più complessa, più sfaccettata, più rock’n’roll di quanto pensassimo.
La scienza non è una partita di calcio dove c’è un vincitore e un perdente; è una staffetta, dove ogni ricercatore passa il testimone a quello successivo, aggiungendo un pezzo di conoscenza. Oggi sappiamo che per creare un team eccellente non basta mettere insieme persone empatiche e farle parlare a turno. Dobbiamo chiederci: “Per questo compito, ci serve un team ‘fluido’ o ‘cristallizzato’?“.
La scoperta più interessante di Rowe, forse, è stata proprio questa: sia l’intelligenza dei singoli individui sia l’intelligenza collettiva del gruppo erano in grado di predire con buona efficacia i voti ottenuti dagli studenti nei loro lavori di gruppo.
Morale della favola? Il talento individuale conta, eccome.
Ma la capacità del gruppo di usare quel talento in modo coordinato, che sia per creare qualcosa di nuovo (fluido) o per eseguire un compito alla perfezione (cristallizzato), è altrettanto importante.
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Un team di solisti non è quello di cui hai bisogno!
Qui la scienza ci lascia con un puzzle affascinante tra le mani. Ed è fantastico, perché è proprio in questo spazio che possiamo agire, sperimentare e migliorare.
Se queste domande vi stanno facendo frullare il cervello e vi state chiedendo quali siano gli ostacoli che impediscono al vostro team di funzionare al meglio, quanto sia importante la condivisione delle informazioni o come le nostre emozioni influenzino le relazioni sul lavoro, allora forse ho qualcosa che fa per voi.
Ho costruito uno speech proprio su questi temi, intitolato “Da soli siamo una goccia, insieme un oceano“. È una proposta per supportare il miglioramento dei team aziendali, con un punto di vista originale sul cambiamento.
Con umorismo racconto le complessità della gestione del team e propongo strategie efficaci per migliorare il lavoro di squadra e le relazioni tra colleghi.
L’obiettivo? Imparare a gestire il cambiamento con intelligenza, affiatamento e un team che sa come fare la differenza!
Perché alla fine, che sia fluida, cristallizzata (o leggermente gassata!), l’intelligenza collettiva è l’unica risorsa che abbiamo per trasformare un oceano di problemi in un mare di possibilità.
Pronti a salpare? 😉








