La risata che apre le porte (e le orecchie): usare il public speaking umoristico per connettersi davvero | Diego Parassole

La risata che apre le porte (e le orecchie): usare il public speaking umoristico per connettersi davvero

Diversi studi dimostrano che l’uso strategico dell’ironia può rafforzare l’autorevolezza, stimolare l’attenzione e la creatività

Siete mai stati a una di quelle presentazioni talmente noiose che avete iniziato a contare le righe della camicia del tizio di fronte a voi?

Tutti noi abbiamo vissuto momenti in cui l’attenzione è corsa via, più veloce di Forrest Gump.

E se vi dicessi che esiste un’arma segreta per trasformare questi buchi neri di noia in momenti di pura connessione emotiva e intellettuale?

No, non è l’ennesima slide piena di grafici illeggibili.

È una risata. Una semplice, potentissima risata.

Benvenuti nel mondo del public speaking umoristico, dove scoprirete che una battuta ben piazzata non solo previene sbadigli di gruppo, ma vale più di mille parole.

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L’umorismo aumenta l’autorevolezza? Sì, se ben dosato!

Per anni abbiamo creduto che per essere presi sul serio bisognasse essere, super seriosi. Sopracciglia aggrottate, tono monocorde, la stessa allegria di un gatto a cui hai appena fatto il bagno…

Beh, non è proprio così!

A questo proposito mi piacerebbe farvi conoscere una ricerca intitolata “Comedy Can Increase Perceived Communicator Effectiveness”.

Degli scienziati hanno mostrato a 485 persone video di oratori che presentavano lo stesso messaggio: una versione serissima e una condita con qualche battuta.

Il risultato? 🤯 I comunicatori che usavano l’umorismo non solo venivano percepiti come più simpatici, ma anche come più efficaci, credibili e degni di fiducia. L’elemento più decisivo per convincere il pubblico era proprio il livello di ilarità suscitato.

In pratica: più fai ridere (in modo intelligente, ovviamente!), più la gente si fida di te.

E il colpo di scena è che questo effetto era ancora più potente quando a fare la battuta erano gli scienziati. Contrariamente a ogni previsione, l’umorismo non sminuiva la loro autorevolezza, ma la amplificava!

Quante risate servono per un discorso perfetto?

Abbiamo capito che l’umorismo è un’arma potente.

Ma, in pratica, come si usa? Quante battute sono troppe? E dove vanno messe? Esiste una formula magica?

La risposta hanno tentato di darla due ricercatori, Vera Paola Shoda e Toshimasa Yamanaka, nel loro studio “A Study on Instructional Humor: How Much Humor Is Used in Presentations?

Hanno messo sotto la lente d’ingrandimento dell’intelligenza artificiale le trascrizioni di 2.000 TED Talks, analizzando ogni singola parola per scovare la “matematica della risata”.

I risultati sono una vera e propria guida per chiunque debba parlare in pubblico. Eccoli, chiari e tondi:

  1. Il Comandamento del 3x: i TED Talks più popolari contengono in media 12,9 battute in 15-20 minuti. Quelli meno visti? Appena 3,9. La matematica non mente: i relatori di maggior successo usano più del triplo dell’umorismo.
  2. La Regola dell’Aperitivo: le battute non sono sparse a caso. La maggior parte è concentrata all’inizio del discorso. Questo schema strategico serve a rompere il ghiaccio, catturare l’attenzione e creare un legame immediato con il pubblico, mettendo tutti a proprio agio.
  3. Il Principio “Keep It Simple”: le battute efficaci sono linguisticamente semplici. Hanno un indice di leggibilità immediato, lo stesso di un articolo di giornale chiaro e diretto. La ragione è scientifica: l’umorismo non deve diventare un puzzle da risolvere. Se il cervello si sforza per capire la battuta, smette di ascoltare il resto.
  4. La Legge del “Niente Veleno”: l’analisi del tono ha rivelato che l’umorismo vincente è quasi sempre neutro o positivo. Niente sarcasmo, niente battute aggressive o divisive. L’umorismo che funziona unisce, non crea fazioni.

In sintesi, questa ricerca ci dice una cosa fondamentale: l’umorismo non è improvvisazione, è strategia.

Usatelo di più (specialmente all’inizio), mantenetelo semplice e siate sempre costruttivi. I numeri dimostrano che non solo sarete più simpatici, ma verrete percepiti come più credibili, competenti e, in definitiva, più bravi.

L’umorismo crea empatia e conquista il pubblico, ma non è sempre così…

A questo punto, potreste pensare che l’umorismo sia una sorta di chiave universale, capace di aprire porte in qualsiasi contesto. Ma è davvero così?

Se lo è chiesto anche Marco Sampietro, professore della SDA Bocconi School of Management, che ha dedicato un libro proprio a questo tema “Humour at Workplace“.

L’umorismo è una delle risorse più efficaci nel public speaking. Quando è usato con equilibrio e intelligenza, trasforma un discorso in un’esperienza memorabile.

Ridere o anche solo sorridere durante una presentazione rompe le barriere, crea empatia e cattura l’attenzione del pubblico molto più di qualsiasi diapositiva.

L’umorismo, infatti, agisce sul piano emotivo: rilassa chi parla, predispone positivamente chi ascolta e aumenta la capacità di ricordare i contenuti.

Uno speaker che sa usare l’ironia o inserire un momento divertente dimostra sicurezza e spontaneità.

Ma non si tratta di raccontare barzellette: la chiave è l’autenticità.

L’umorismo funziona quando nasce da osservazioni vere, da situazioni condivise o da una sottile autoironia che rende il relatore più umano. Un sorriso ben piazzato può stemperare la tensione, gestire un imprevisto o ricompattare l’attenzione in un momento di calo.

L’umorismo, però, non è privo di rischi. Se usato male, può compromettere la credibilità del relatore o offendere parte del pubblico. Le battute su temi sensibili – come politica, religione, aspetto fisico o stereotipi culturali – sono sempre da evitare. Anche l’ironia eccessiva o fuori contesto può far percepire lo speaker come superficiale o poco professionale.

Un altro rischio è quello di “forzare” la risata: quando il pubblico non reagisce, l’effetto imbarazzo è immediato. L’umorismo efficace nasce dall’osservazione e dall’empatia, non dall’esibizionismo.

Per questo è essenziale conoscere il pubblico, il momento e il tono del discorso.

E quando si lavora con colleghi di nazionalità diverse?

Sampietro ha messo in luce un “effetto di abbassamento generalizzato”: quasi tutte le forme di umorismo – dalle battute sugli altri all’autoironia, dall’umorismo fisico ai giochi di parole – vengono usate con minore frequenza quando si lavora con colleghi di nazionalità diverse.

L’umorismo, quindi, più che un linguaggio universale, si rivela uno strumento potentissimo che ha però bisogno di un terreno culturale condiviso per poter fiorire senza rischi.

Ciò non dipende tanto da una scarsa conoscenza dell’inglese, ma da un aumento della cautela. In un ambiente dove la diversità culturale è più percepita, le persone tendono a prestare maggiore attenzione, diventano più guardinghe per paura di risultare offensive o di non essere capite.

In pratica: quando non siamo sicuri delle regole del gioco, preferiamo non giocare affatto.

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La risata è il mezzo: non il fine!

Ma uno speaker deve trasformarsi in un cabarettista esperto? Assolutamente no.

L’obiettivo non è far ridere in modo estemporaneo, ma usare l’ironia, l’autoironia e le analogie spiazzanti per rendere il messaggio più umano, accessibile e, soprattutto, memorabile.

La risata non è il fine: è il mezzo. È il cavallo di Troia che permette alle idee di entrare nelle menti delle persone.

Di mestiere, io faccio proprio questo: prendo argomenti complessi – dalla sostenibilità all’innovazione tecnologica – e ne parlo in modo divulgativo, utilizzando l’umorismo come strumento per far passare concetti anche complessi.

Quindi, la prossima volta che dovete organizzare un evento aziendale e temete l’effetto “pisolino collettivo post-pranzo”, pensateci. Se volete che i vostri colleghi escano dalla sala non solo con una manciata di nozioni, ma con un’idea chiara e un sorriso, forse la soluzione non è l’ennesima slide piena di testo.

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