Gli effetti delle microplastiche sul corpo umano: croccanti, ma non nel modo giusto | Diego Parassole

Gli effetti delle microplastiche sul corpo umano: croccanti, ma non nel modo giusto

Le microplastiche, ormai diffuse tra acqua, cibo e aria, riescono a superare alcune barriere del corpo umano e a trasportare con sé altre sostanze, spingendo la ricerca a studiarne con attenzione gli effetti nel tempo

Dopo l’Homo Sapiens, l’evoluzione sembra aver inaugurato una nuova specie: il “Sapiens Plasticus”. Beviamo, mangiamo e respiriamo frammenti microscopici di plastica, al punto che la ricerca inizia a chiedersi se stiamo cambiando davvero.

Stiamo diventando dei polimeri viventi?

Oggi parliamo di cosa succede quando queste minuscole, fastidiosissime particelle decidono di fare un tour non autorizzato dentro i nostri organi.

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Microplastiche: le imbucate alle feste del nostro metabolismo

Prima di tutto, definiamo l’identità di questi ospiti indesiderati. Le microplastiche sono frammenti inferiori ai 5 millimetri. Immaginatele come i glitter di un party di Capodanno: una volta che entrano in casa, non se ne vanno più. Le trovi nel tappeto, nelle orecchie del gatto e, a quanto pare, anche nel tuo flusso sanguigno.

Si dividono in due grandi categorie, come le boy band degli anni ’90:

  1. Le Primarie: nate piccole per scelta (pensate alle microsfere degli scrub viso o alle fibre dei vostri pile sintetici che si staccano in lavatrice).
  2. Le Secondarie: nate grandi (bottiglie, buste, reti da pesca) ma poi distrutte dalle intemperie, dai raggi UV e dalla vita difficile, fino a diventare polvere invisibile.

Oggi sappiamo che sono ovunque: nel sale, nella birra (sì, questa è una brutta notizia, lo so 🍺), nel miele, nel pesce e persino nell’acqua in bottiglia. In pratica, stiamo vivendo in una gigantesca palla di neve (hai presente quei souvenir?❄️🔮), dove però al posto dei fiocchi bianchi cadono frammenti di polietilene (PE), polipropilene (PP), PET, polistirene (PS), PVC e poliammide (PA), spesso contenenti additivi tossici.

Dimensioni: quando il “piccolo” diventa un grosso problema

Recentemente, alla fine di uno speech, un signore tutto preoccupato mi si avvicina e mi chiede: “Ma quindi tra qualche secolo avremo più plastica che sangue? Diventeremo dei manichini, praticamente??”.

La risposta scientifica è un rassicurante (o poco rassicurante): “Dipende”.
Il nostro corpo ha dei sistemi di sicurezza degni di un caveau svizzero, ma le microplastiche sanno essere molto persuasive. La soglia magica è 150 micron (meno dello spessore di un capello).

  • Se la plastica è più grande, tendenzialmente fa il suo giro, ammira il panorama intestinale ed esce… beh, da dove esce tutto il resto. Un tour “mordi e fuggi”.
  • Se invece è più piccola, specialmente sotto il micron (parliamo di nanoplastiche), allora ha il “fast pass” per Gardaland. Può attraversare la barriera intestinale, entrare nel sangue e andare a fare aperitivo nei reni, nel fegato e persino nel cervello (molte persone che conosco avranno una scusa in più per quando prenderanno delle belle cantonate…). 🧠

Studi preliminari indicano che queste particelle possono causare stress ossidativo (che è il modo scientifico per dire che le tue cellule si sentono come se avessero appena finito un lunedì di fine mese in ufficio), infiammazioni e danni al sistema immunitario.

Un cocktail chimico condito con batteri (il menù non è invitante)

Il problema non è solo il pezzettino di plastica in sé (che è già fastidioso, come un sassolino nella scarpa, ma dentro un polmone). Il vero dramma è che le microplastiche sono come dei piccoli taxi per sostanze tossiche. 🚕

Grazie alla loro composizione chimica, queste particelle agiscono come calamite per:

  • Contaminanti ambientali: pesticidi, metalli pesanti e idrocarburi che galleggiano nell’acqua e dicono: “Ehi, guarda un pezzetto di PET, saltiamoci sopra!”.
  • Additivi: ftalati e bisfenoli (BPA), usati per rendere la plastica flessibile o rigida, che però hanno il brutto vizio di giocare a fare i bulli con il nostro sistema endocrino, interferendo con i nostri ormoni.
  • Microrganismi: le microplastiche possono ospitare colonie di batteri come l’Escherichia coli. Immaginate una zattera di plastica che trasporta pirati batterici pronti ad assaltare il vostro intestino. Non proprio la crociera che avevate prenotato, vero?

Siamo “pre-inquinati”: la nuova frontiera della biologia

Recentemente, la scienza ci ha dato delle notizie che sono l’equivalente di un gavettone d’acqua gelata in pieno inverno. Frammenti di plastica sono stati trovati nel sangue dei donatori, in profondità nei polmoni di pazienti operati e persino nella placenta.

Dick Vethaak, un esperto di ecotossicologia (uno che alle feste deve essere spassosissimo), tra gli autori della ricerca “Discovery and quantification of plastic particle pollution in human blood“, ha detto che trovare plastica nel sangue è “oggetto di preoccupazione”, anche se non sappiamo ancora esattamente quanto male ci faccia a lungo termine. Siamo i pionieri di un esperimento globale che non abbiamo chiesto di fare. Praticamente siamo “pre-inquinati” fin dalla nascita. 👶🍼

Ed è qui che entra in gioco il paradosso: la plastica è stata l’invenzione del secolo, leggera, economica, indistruttibile. Ed è proprio perché è indistruttibile che ora ce la ritroviamo nel sashimi di tonno.

Come non diventare una barriera corallina sintetica (Cosa possiamo fare?)

Ora, non voglio che stasera fissiate la vostra insalatiera con il terrore negli occhi. Non siamo ancora a un livello di “apocalisse dei polimeri”, ma possiamo decisamente migliorare la nostra strategia di difesa. Ecco qualche consiglio pratico:

  1. Stop al microonde nei contenitori di plastica: il calore è il miglior amico del rilascio di microplastiche. Usate il vetro o la ceramica. Le vostre cellule vi ringrazieranno con un balletto virtuale. 🥣
  2. Addio acqua in bottiglia (se possibile): l’acqua del rubinetto spesso contiene molte meno microplastiche di quella imbottigliata (che subisce l’abrasione del tappo e della bottiglia stessa). (A questo proposito ti consiglio anche questa interessante ricerca).
  3. Vestitevi “naturali”: fibre come cotone, canapa o lana. Oltre a farvi sembrare degli affascinanti intellettuali di campagna, evitano il rilascio di migliaia di microfibre sintetiche ad ogni lavaggio. 🧶
  4. Lavaggio a mano per gli animi zen: se proprio dovete lavare il sintetico, usate filtri appositi per la lavatrice o temperature basse.

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Perché parlarne durante una convention aziendale?

Ok, detta così sembra un film distopico con una colonna sonora inquietante, ma in realtà c’è una buona notizia: abbiamo margine di azione.

La sostenibilità può essere un modo concreto per prenderci cura anche di noi stessi, delle nostre abitudini e della qualità della vita quotidiana.

Nelle aziende, parliamo spesso di performance, di obiettivi e di futuro. Ma quale futuro possiamo costruire se il nostro capitale umano sta diventando un derivato del petrolio?

Durante i miei speech, uso l’umorismo per abbattere il muro della noia che di solito circonda i temi ecologici. Perché se vi faccio ridere sul fatto che rischiamo di diventare dei manichini a furia di ingerire tutte queste microplastiche, allora forse, la prossima volta che vedrete un bicchiere monouso, vi verrà in mente quella battuta e sceglierete l’alternativa.

Il mio obiettivo è trasformare la “ansia ecologica” in “azione ecologica”, mescolando dati scientifici solidi con ironia, senza spaventare o far sentire in colpa nessuno.

Perché la conoscenza è come la plastica: dura per sempre, ma a differenza della plastica, non fa male se finisce nel sangue (anzi, ossigena il cervello!).

Volete portare un tocco di “sostenibilità divertente” al vostro prossimo evento aziendale? 🎤🌳

👉 Scrivetemi per info e disponibilità. Non vedo l’ora di salire sul vostro palco in carne e ossa (e si spera pochissima plastica…)!

Conosciamoci meglio!

GUARDA IL NUOVO SPEECH!

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