Usare l’ironia in modo strategico abbassa le difese cognitive dell’ascoltatore e trasforma il messaggio in qualcosa di memorabile e duraturo
Avete mai assistito a un discorso così noioso da farvi rivalutare persino i film polacchi degli anni ’30 senza sottotitoli? Io sì.
Presentazioni che sembrano avere l’unico scopo di testare la resistenza delle nostre palpebre. E se vi dicessi che l’antidoto a questa piaga soporifera esiste ed è alla portata di tutti?
No, non sto parlando di distribuire caffè triplo + Red Bull all’ingresso. Sto parlando di umorismo.
Esatto, quella cosa meravigliosa che ci fa contrarre i muscoli addominali ed emettere suoni “stravaganti” se colti di sorpresa. L’umorismo non è solo il sale della vita: è il lievito per un public speaking che fa il botto. 💥
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Il petto di pollo della conoscenza e la sua panatura croccante
Parliamoci chiaro: presentare dati, illustrare strategie aziendali o spiegare la crisi climatica può essere un’impresa ardua. Spesso, il messaggio principale di un talk è come un petto di pollo alla griglia: nutriente, importante, ma diciamocelo, a volte, un po’ asciutto e difficile da mandare giù.
Qui entra in gioco la comicità. Come spiega Jia Jiang, uno speaker che ha trasformato la paura del rifiuto in un’arte, l’umorismo è la panatura croccante e la salsa segreta che avvolge quel petto di pollo. Rende il tutto più gustoso, memorabile e, soprattutto, desiderabile.
Quando le persone ridono, i loro scudi difensivi si abbassano. La risata agisce come un “lubrificante” per l’ascolto, rendendo il pubblico più ricettivo e incline a ricordare ciò che dite.
Senza quella panatura, rischiate di servire un piatto che nessuno vuole finire. E il vostro messaggio, per quanto vitale, finirà nel dimenticatoio insieme a tutte le diete a base di pollo scondito. 🍗
Cosa succede nel nostro cervello quando ci raccontano una storia divertente?
“Ok, bello ridere,” direte voi, “ma cosa c’entra con la scienza?” C’entra, eccome! Quando sentiamo una battuta, il nostro cervello si trasforma in un parco divertimenti.
Una ricerca affascinante guidata da Pascal Vrtička ci mostra che l’elaborazione dell’umorismo attiva una rete di aree cerebrali super specializzate. Immaginate il vostro cervello come un team di detective:
- La Squadra Incongruenze (le aree temporo-occipito-parietali): questa è la parte del cervello che per prima nota che c’è qualcosa di strano. È il momento in cui sentite l’inizio di una barzelletta: “Un cavallo entra in un bar…”. Il vostro cervello va in tilt e dice: “Aspetta un attimo. I cavalli non entrano nei bar. C’è un’incongruenza!”. È un piccolo cortocircuito cognitivo. 💡
- La risoluzione del mistero: subito dopo, il cervello lavora per risolvere questo piccolo enigma. Quando arriva la battuta finale (“…e il barista chiede: ‘Come mai quel muso lungo?'”), il puzzle si completa. L’incongruenza viene risolta in un modo inaspettato e imprevedibile (ok, la barzelletta è vecchia, ma un secolo fa faceva ridere sicuro).
- Il Party della Dopamina (il sistema mesocorticolimbico): una volta risolto l’enigma, il cervello si auto-premia con una scarica di dopamina, la molecola del piacere. È la stessa sensazione che proviamo mangiando cioccolato o ricevendo un complimento. Ecco spiegato perché ridere ci fa stare bene.
- Il Buttafuori Emotivo (l’amigdala): l’amigdala, il nostro centro emotivo, si attiva per segnalare che questo stimolo è rilevante, importante e, in questo caso, socialmente positivo.
In pratica, una buona battuta è una caccia al tesoro neurologica che termina con un premio. E chi non amerebbe uno speaker che regala mini-feste chimiche (del tutto legali, non temete!) al proprio pubblico? 😂
L’architettura segreta di una risata: frame, tempo e vita vissuta
Ma come si crea, in pratica, questo magico cortocircuito nel cervello? Non è magia, è architettura della comunicazione. Immaginate la nostra mente come un grande archivio di “scatole mentali” o frame, ovvero contesti e aspettative che associamo a ogni situazione.
La comicità esplode quando facciamo scontrare due di queste scatole che non c’entrano nulla l’una con l’altra. Uno studio apparso sull’Online Journal of Humanities, analizzando vari TED Talks, ha notato proprio questo: i migliori speaker creano umorismo facendo cozzare frame non correlati.
Pensate a Sir Ken Robinson che immagina Shakespeare a 7 anni, in classe, con la maestra che gli scrive sul quaderno “Si deve impegnare di più”. Lo scontro tra il frame del “Genio Immortale della Letteratura” e quello dello “Scolaro Fastidioso” è ciò che ci fa piegare in due dalle risate.

Ma non è solo una questione di idee. Come evidenziato da un’analisi pubblicata sull’Asian Social Science, l’umorismo gioca su tre dimensioni fondamentali:
- La dimensione temporale: è il potere della sequenza, la classica punchline che ribalta tutto. L’esempio di Michelle Obama è da manuale: “Eravamo così giovani, così innamorati… e così indebitati”. Senza quel finale a sorpresa, la frase sarebbe solo romantica. Con quel finale, diventa memorabile.
- La dimensione fisica: qui si usa il corpo, lo spazio o elementi visivi. Pensate a un relatore che gesticola in modo buffo, a una slide inaspettata o che mima il proprio cuore che batte all’impazzata, come farebbe Massimo Boldi.
- La dimensione esperienziale: la più potente di tutte. Si basa sulla nostra conoscenza condivisa, sulla cultura, sui piccoli drammi universali. È il motivo per cui una battuta su una riunione Zoom che poteva essere una mail funziona in quasi tutto il mondo. Fa leva su un’esperienza che tutti, purtroppo, conosciamo bene. Come raccontavo a Zelig col mio personaggio Pistolazzi:
“Son passato a un semaforo rosso. Mi han fermato i carabinieri: Non ha visto che era rosso? E io: Che era rosso l’ho visto… non ho visto voi, sennò mi fermavo!“
Padroneggiare questi meccanismi non significa diventare dei cabarettisti, ma degli architetti della comunicazione, capaci di costruire ponti emotivi solidi e sorprendenti con chi ci ascolta.
Non serve essere un comico, basta essere umani (e un po’ strani)
A questo punto, potreste pensare: “Facile a dirsi, ma io non sono divertente. Le mie battute fanno più o meno lo stesso effetto di una multa per divieto di sosta”. Calma. La buona notizia è che l’umorismo non è un talento innato riservato a pochi eletti. È una competenza che si può allenare.
Il segreto è imparare a “entrare” nei propri pensieri più strani, nelle proprie piccole nevrosi e in quelle osservazioni bizzarre che facciamo ogni giorno, per poi amplificarle.
Avete mai notato quanto sia assurdo mangiare una torta di compleanno su cui il festeggiato ha appena alitato per spegnere le candeline? O il panico silenzioso che ci assale quando dobbiamo presentarci ai genitori del nostro partner?
Queste piccole stranezze quotidiane sono oro colato. Sono universali. Sfruttare la cosiddetta “dimensione esperienziale” di cui parlano gli studi sulla comicità, ovvero quel bagaglio di conoscenze e vissuti condivisi, crea una connessione istantanea.
Non state raccontando una vecchia barzelletta: state condividendo un pezzo della vostra (e della loro) realtà, vista attraverso una lente comica.
È proprio l’incongruenza tra due contesti apparentemente non correlati a generare la risata.
E ora, il momento televendita (ma con stile!)
Bene, ora che vi ho svelato come la comicità renda un discorso più potente e memorabile, potrei semplicemente salutarvi dicendovi: “Buona fortuna, e che la dopamina sia con voi”. Ma non sarebbe carino…
Potete continuare a leggere articoli, guardare video e sperare che la vostra prossima presentazione non induca un coma collettivo. Oppure… potete vedere come si fa, dal vivo.
Nei miei speech per eventi aziendali, non mi limito a parlare di cambiamento e innovazione. Lo faccio usando l’umorismo come un grimaldello per scardinare le resistenze e aprire le menti. Perché se riesco a farvi ridere parlando di bias cognitivi, agilità mentale e riprogrammazione delle abitudini, allora ho già vinto metà della battaglia.
Il mio intervento sull’innovazione e il cambiamento, per esempio, si chiama “Change your mind: per imparare a cambiare più velocemente del cambiamento”. È un viaggio adrenalinico e divertente in cui smonto le nostre paure più radicate e dimostro che adattarsi non solo è possibile, ma può essere persino esilarante.
Quindi, la prossima volta che la vostra azienda cerca uno speaker, chiedetevi: vogliamo un altro petto di pollo scondito o siamo pronti per un banchetto indimenticabile, con tanto di salsa piccante? 😉
Se la risposta è la seconda, sapete chi chiamare. La vostra platea vi ringrazierà.








