È quel superpotere capace di trasformare un keynote da sonnifero collettivo a momento memorabile, ma basta un passo falso e ci si ritrova a spiegare battute a chi non ha colto…
Se durante un volo, il capitano di un aereo prende il microfono e, invece di dirvi la solita solfa su altitudine e temperatura a destinazione, esclama: “Signore e signori, oggi voleremo così bassi che potrete salutare le mucche nei pascoli. Se vedete una nuvola con la sciarpa, siamo troppo vicini al suolo”, come la prendete?
Cosa succede nel vostro cervello? Prima, un micro-secondo di puro terrore (comprensibile!). Poi, una risata liberatoria. 😂✈️
All’improvviso, quel tubo di metallo sospeso a diecimila metri non sembra più una trappola mortale, ma un posto quasi accogliente. Ecco: l’umorismo negli eventi aziendali è esattamente questo. È il paracadute colorato che ci impedisce di schiantarci al suolo durante la centesima slide sulle “sinergie strategiche dei processi olistici”.
Ma attenzione. C’è un confine sottilissimo tra essere il relatore che tutti citano con ammirazione il giorno dopo in ufficio e quello che, il lunedì mattina, riceve una convocazione urgente dalle Risorse Umane per “chiarimenti sui contenuti dello speech”.
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La scogliera dell’umorismo (e perché ci siamo caduti tutti) 🌊
C’è un fenomeno inquietante che Jennifer Aaker e Naomi Bagdonas (due che a Stanford insegnano come far ridere, mica scherzi!) chiamano “la scogliera dell’umorismo”. Verso i 23 anni, nel momento esatto in cui infiliamo la prima cravatta o la prima gonna seriosa, e varchiamo la soglia di un ufficio, smettiamo di ridere.
Diventiamo “seri”. Perché la serietà è rassicurante, vero?
Sbagliato. Secondo Tomas Chamorro-Premuzic, professore di psicologia aziendale presso l’University College London e la Columbia University, l’umorismo è uno dei segnali più potenti di intelligenza emotiva e status sociale. Eppure, molti leader lo evitano come se fosse un vassoio di sushi abbandonato sotto il sole di agosto. Temono di apparire poco professionali.
Ma la verità è un’altra: ridere non è l’opposto di essere seri, è l’opposto di essere noiosi. (E la noia, credetemi, è il peggior nemico del vostro fatturato).
Efficienza vs Efficacia: lezione di un ingegnere che disegnava male 🖼️
Prendete Andrew Tarvin, un ingegnere (quindi uno geneticamente programmato per l’efficienza) che un giorno ha capito che una presentazione perfetta ma dimenticabile è solo tempo perso. Durante uno stage in Procter & Gamble, doveva giocarsi l’assunzione. Avrebbe potuto fare slide impeccabili. Invece, come racconta nel suo TEDx, ha usato Microsoft Paint per disegnare i suoi capi in modo buffo.

È stato efficiente? No. È stato efficace? Assolutamente sì. Lo hanno assunto perché era il solo a non averli fatti addormentare con i grafici a torta.
L’umorismo è un lubrificante sociale. Ridere rilascia un cocktail di endorfine, dopamina e ossitocina che manco un aperitivo sui navigli riuscirebbe a eguagliare. Abbassa il cortisolo (lo stress) e crea una connessione istantanea. Se io rido con te, il mio cervello decide che sei un alleato. E degli alleati ci si fida.
L’umorismo che funziona è quello che rimane impresso!
Ma come si fa a essere divertenti senza diventare “quello strano da evitare”? La scienza ci viene in soccorso. Secondo la psicologia del prof. Freud (sì, quel signore con la barba e il sigaro, fissato coi sogni), l’umorismo è un triangolo composto da tre elementi: l’agente (chi fa la battuta), il pubblico (chi ascolta) e l’oggetto (di cosa o chi ridiamo).
Il segreto per non dover chiedere scusa a tutti il giorno dopo è molto semplice: niente colpi sotto la cintura.
Se sei un leader e fai una battuta sull’inesperienza dell’ultimo arrivato, non sei divertente, sei il bullo della mensa. Se invece fai una battuta sulla tua ossessione per le mail scritte in Comic Sans o sulla tua incapacità cronica di montare una scrivania IKEA, il tuo pubblico ti amerà.
Qui entra in gioco il mindset del “Finding the Funny” suggerito da Al Wiseman. Non dovete essere degli stand-up comedian nati. Vi basta osservare la realtà con il metodo OCDD (non è un disturbo ossessivo compulsivo, giuro!), acronimo per:
- Observe: nota le piccole assurdità quotidiane (tipo quando in riunione tutti dicono “allineiamoci” ma nessuno sa dove stia andando).
- Capture: scrivilo.
- Develop: rendilo una storia corta.
- Deliver: raccontalo con naturalezza.
L’umorismo funziona perché arricchisce il messaggio di dettagli concreti e riconoscibili, trasformando un’idea astratta in una storia che resta impressa nella memoria di chi ascolta.
Vi consiglio di ascoltare il racconto di Al Wiseman (ho messo anche il video più su), perché merita davvero.
Ma se avete poco tempo, vi racconto in due parole io di cosa tratta, sperando che non si perda troppo il senso:
Miss Bessie, come la racconta Wiseman, è molto più di una macchina vecchia: è una storia trasformata in umorismo. Wiseman non dice semplicemente di guidare un’auto malridotta, ma la rende un personaggio, le dà un nome e ne descrive i difetti con dettagli concreti ed esagerati.
I carro attrezzi che “girano come avvoltoi”, l’olio che brucia senza sosta, le spese di riparazione assurde: ogni elemento rafforza l’immagine e rende la situazione immediatamente riconoscibile.
Il punto chiave è il ribaltamento. Quella che nella vita quotidiana è una seccatura diventa sul palco un vantaggio. Wiseman usa l’auto per prendere in giro se stesso; l’autoironia crea empatia: il pubblico ride perché ha vissuto qualcosa di simile. Non importa che sia una macchina, può essere un progetto che non funziona, una procedura inutile o un’abitudine difficile da abbandonare.
Quando Wiseman porta Miss Bessie in un concorso di public speaking e vince, dimostra che il valore non sta nell’evento in sé, ma nel modo di raccontarlo. “Tutti abbiamo una Miss Bessie” significa questo: ognuno ha qualcosa di imperfetto o frustrante che, se osservato con onestà e leggerezza, può diventare una storia efficace. L’umorismo nasce dal vero, non dall’invenzione.
Tutti noi abbiamo una Miss Bessie nella vita o nel lavoro: usiamola! 🚘
Quindi, come iniziare?
L’ideale è approcciare l’umorismo come un colloquio di lavoro: con preparazione e un occhio attento alle reazioni degli altri. Senza forzare la mano, però! Non c’è niente di peggio di un relatore che aspetta una risata che non arriva, restando lì immobile come un mimo in sciopero.
Il segreto è l’empatia. Chiedetevi sempre: “Questa battuta fa sentire le persone parte di un gruppo o le fa sentire escluse?”. Se la risposta è la seconda, lasciate perdere la battuta e tornate a parlare di KPI.
L’obiettivo finale non è mica essere il clown della convention, tutt’altro! È creare un ambiente in cui le persone si sentano sicure di essere se stesse. Un ufficio (o un evento) dove non si ride mai non è un posto professionale: è un posto triste dove le idee vanno a morire.
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Rendiamo il tuo prossimo evento indimenticabile (sul serio)
So cosa state pensando: “Bello, ma io non so nemmeno raccontare la barzelletta del colmo per un panettiere, senza rovinare il finale”.
Nessun problema, per questo ci sono io.
Se state organizzando una convention, un meeting aziendale o un evento, e volete che le persone tornino a casa con un’idea nuova in testa e il sorriso sulle labbra, sono l’uomo che fa per voi. Il mio lavoro è trasformare concetti complessi in speech comici-formativi che incollano il pubblico alla sedia (senza usare il nastro adesivo, promesso).
Non portate i vostri dipendenti alla “scogliera dell’umorismo”. Portateli a uno dei miei talk, dove la scienza e il business incontrano la risata.
Scrivetemi oggi stesso per pianificare il vostro prossimo evento. Trasformiamo insieme una noiosa riunione in un momento che nessuno vorrà dimenticare. (E non dovrete chiedere scusa a nessuno, parola di scout!) 😉








