L’umorismo, usato con intelligenza e competenza, attiva la mente, costruisce connessione e dà forza al messaggio, senza sacrificare la professionalità
L’altro giorno ero in un negozio di elettrodomestici, fermo davanti a una parete di forni a microonde. Una distesa di sportelli lucidi, manopole cromate e display digitali che promettevano di scongelare un pollo in due minuti netti.
La scelta, tutto sommato, era semplice: guardavo le dimensioni (ci sta nell’angolo della cucina?), la potenza (riuscirà a scaldare la lasagna senza lasciare il centro ghiacciato come il cuore del mio commercialista? Si scherza, Paolo!) e il prezzo. Fatto. Preso. Caricato in macchina.
Ecco, scegliere l’evento giusto per la vostra azienda – e soprattutto chi terrà il microfono su quel palco – non funziona così. Eppure, vedo manager e HR che selezionano speaker e format con la stessa profondità emotiva con cui si sceglie un tostapane: Quanto costa?, È disponibile il 24 dicembre dalle 14 alle 14 e 29?, Ha la funzione ‘motivazione rapida’?.
Spoiler: non finirà bene. 🚫
Perché, mi spiace se ve lo dico, un evento aziendale sbagliato non si può riportare indietro col reso di Amazon. È un’occasione persa.
È una sala piena di persone intelligenti che guardano l’orologio, calcolando mentalmente quante email non lette si stanno accumulando mentre qualcuno sul palco urla slogan vuoti.
Scegliere un evento non è un esercizio di stile da sbrigare tra una call e un caffè freddo: è una dichiarazione di intenti che rappresenta lo spirito dell’azienda.
Il paradosso dell’animatore (o la sindrome del villaggio turistico)
Partiamo da un errore che vedo commettere più spesso di quanto vorrei ammettere. Alcune aziende, terrorizzate dall’idea che la platea si addormenti (il temutissimo abbiocco post-prandiale), decidono di puntare tutto sull’intrattenimento puro.
Così ingaggiano qualcuno che ha il compito di “tenere alta l’energia”. Arrivano questi animatori travestiti da motivatori, armati di slide coloratissime e battute che sembrano uscite da un manuale di cabaret anni ’90. Si ride? Forse sì, per educazione o disperazione.
Ma è quella risata vuota, simile a quando mangi lo zucchero filato: dolce per due secondi, e poi ti rimangono solo le dita appiccicose e fame di qualcosa di vero. 🍭
Il problema è che i professionisti seduti in platea non sono bambini alla festa di compleanno. Hanno un radar infallibile per la fuffa. Ridono, certo, ma prendono appunti per finta. E al primo coffee break, la sentenza arriva inesorabile tra un pasticcino e l’altro: Tempo perso. Carino eh, ma cosa ci portiamo a casa?.
Quando l’umorismo diventa il protagonista assoluto, il messaggio sparisce. Resta solo rumore di fondo. È come invitare un clown a una riunione di condominio: divertente per cinque minuti, ma alla fine il tetto perde ancora.
Cosa c’è dietro la risata? (Ovvero: perché serve “Ridere e Pensare”)
Qui le cose si fanno interessanti (indossate gli occhiali da vista, che adesso facciamo i seri 🤓).
C’è una ricerca affascinante intitolata Humour as a professionally significant competence of a teacher che mi ha colpito molto, perché quello che dice sugli insegnanti vale, parola per parola, per chiunque parli a un pubblico aziendale.
Lo studio ha analizzato come l’umorismo viene percepito nel mondo dell’educazione. I risultati sono un po’ come scoprire che hai indossato la maglietta al contrario per tutto il giorno: sorprendenti e leggermente imbarazzanti per la categoria.
Emerge infatti che gli studenti (chi ascolta, nel nostro caso i vostri dipendenti o clienti) usano l’umorismo costantemente, soprattutto per gestire lo stress e le situazioni difficili. Amano le battute provocatorie, il nonsense, tutto ciò che rompe la tensione.
E gli insegnanti (o i relatori “seri”)?
Ecco il dato shock: nei questionari, nessun insegnante ha indicato il senso dell’umorismo tra le competenze fondamentali del proprio lavoro. Nessuno!
Hanno citato intelligenza, carisma, autorevolezza, creatività. Ma l’umorismo? Vade retro! Per loro, ridere è quasi incompatibile con l’essere un professionista serio e rigoroso.
Questo rivela uno stereotipo duro a morire: l’idea che se ti faccio ridere, allora non ti sto insegnando nulla di importante. Che la serietà debba per forza essere noiosa, grigia e pesante come un trattato di fisica quantistica in aramaico.
Ma la ricerca pedagogica smentisce tutto questo. I dati ci dicono che l’umorismo, se usato bene:
- Aumenta l’interesse cognitivo (il cervello si sveglia!). 🧠
- Migliora le prestazioni (si ricorda di più).
- Riduce l’ansia e lo stress (il cortisolo scende, si apprende meglio).
- Umanizza il relatore (crea connessione, non distanza).
In pratica, ridere non è la ciliegina sulla torta. È il lievito. Senza, la torta non cresce e rimane un mattone indigeribile (esattamente come uno speech super serioso che annoia perfino chi l’ha scritto 😴).
L’equilibrio delicato: né cabaret, né seduta di autocoscienza
Dunque, se l’intrattenimento vuoto è inutile e la lezione accademica è soporifera, qual è la soluzione?
La soluzione è l’equilibrio.
Serve qualcuno che sappia far sorridere senza scivolare nel cabaret da villaggio turistico, e far riflettere senza trasformare la platea in una seduta di autocoscienza collettiva dove tutti piangono abbracciati.
Il vero public speaking divulgativo (quello che cerco di portare io sul palco, tra una battuta e un dato scientifico) funziona così: l’umorismo è un “cavallo di Troia”. 🐴
Uso la battuta, l’aneddoto buffo, la metafora inattesa, per farvi abbassare le difese. Voi ridete perché vi riconoscete in quella situazione assurda che capita in ufficio ogni martedì. E zac!, mentre state ridendo, io inserisco il concetto complesso, la riflessione sul cambiamento, l’idea nuova.
Si ride per identificazione, si riflette per necessità.
I professionisti apprezzano chi non li prende in giro. Vogliono stimoli, non solo risate.
L’ironia funziona davvero solo quando nasce dalla competenza. Se faccio una battuta sul marketing o sulla gestione dei team, dovete percepire che so di cosa sto parlando, non che ho letto due frasi su Wikipedia cinque minuti prima di salire sul palco.
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Il vostro evento è la vostra carta d’identità (ed è ora di rinnovarla!)
Pensateci bene: ogni evento comunica qualcosa sull’azienda che lo organizza. Dice come vi vedete allo specchio e, soprattutto, quanto stimate le persone che lavorano con voi.
Un evento superficiale, fatto “tanto per fare”, manda un messaggio involontario ma potentissimo: Il vostro tempo non vale molto per noi. Sedetevi, ridete a comando e poi tornate a lavorare.
Un evento curato, dove ci si diverte ma si esce con una prospettiva nuova, invece dice l’opposto: Siete persone intelligenti, meritate contenuti intelligenti proposti in modo intelligente.
Scegliere l’evento giusto è, alla fine, una questione di posizionamento strategico. Volete essere ricordati per quella battuta infelice del comico improvvisato o per un’idea potente che continua a circolare nei corridoi anche settimane dopo l’ultimo applauso?
Far ridere è facile (basta scivolare su una buccia di banana).
Far pensare è difficile.
Far ridere e pensare insieme richiede lavoro, visione, rispetto e una buona dose di follia controllata. Ed è esattamente lì che si gioca la differenza tra un evento qualunque e uno che lascia il segno.
Perciò, se state organizzando la prossima convention, il meeting annuale o un evento per i clienti e sentite che manca quel quid, se volete evitare l’effetto “microonde” e cercate qualcuno che unisca la solidità dei contenuti alla leggerezza della risata intelligente… scrivetemi per parlarne: portiamo un po’ di scienza (e un bel po’ di risate) sul vostro palco. 👋
Non sono un forno a microonde, non ho la funzione scongelamento, ma vi prometto che nessuno guarderà l’orologio.








