Capita ogni giorno, in ogni ambito: chi ha padronanza di un tema finisce per dimenticare cosa significa non sapere, creando barriere invisibili e frustrazioni molto concrete
Immaginate di essere a una cena e di chiedere ingenuamente al vostro amico astrofisico: “Ma come fa a brillare una stella?”. In un mondo ideale, lui vi risponderebbe: “È come un enorme barbecue atomico che brucia idrogeno”.
Invece, i suoi occhi si illuminano di una luce sinistra. Comincia a parlare di nucleosintesi stellare, instabilità termonucleare e pressione di radiazione degenerata. Dopo dieci minuti, voi state fissando il fondo del vostro calice di vino cercando di capire se sia socialmente accettabile fingere uno svenimento o se dobbiate rassegnarvi a morire lì, soffocati da un eccesso di tecnicismi.
Questo che ti ho illustrato è un perfetto caso della famigerata Maledizione della conoscenza. 🧙♂️
Non è un incantesimo lanciato da un mago oscuro, ma un paradosso psicologico tanto affascinante quanto frustrante.
Il problema?
Una volta che sappiamo qualcosa, troviamo quasi impossibile immaginare come sia non saperla. La nostra conoscenza ci “maledice”, rendendoci incapaci di metterci nei panni di chi quella nozione non ce l’ha ancora nel bagaglio. 🧳
L’espressione “curse of knowledge”, tradotta in italiano come “maledizione della conoscenza”, è stata introdotta dallo psicologo Robin M. Hogarth nel 1986, ma è divenuta famosa nel 1989 grazie agli economisti Colin Camerer, George Loewenstein e Martin Weber che ne hanno parlato in un articolo pubblicato sul Journal of Political Economy. Con questo termine gli autori indicano un limite cognitivo preciso: chi possiede un’informazione non riesce più a mettersi nei panni di chi ne è privo. La conoscenza diventa quindi un ostacolo alla comprensione degli altri.
Il concetto si basa sulle ricerche di Baruch Fischhoff sul hindsight bias. Fischhoff dimostrò che, dopo aver appreso l’esito di un evento, le persone tendono a considerarlo ovvio e prevedibile, senza riuscire a ricostruire il proprio stato di ignoranza iniziale. Camerer, Loewenstein e Weber applicarono questo effetto all’economia, mostrando che anche chi è meglio informato commette errori perché non riesce a ignorare ciò che sa.
Quando il vicino parla un’altra lingua (e tu vuoi solo andare a pranzo)
Mi è capitato poco tempo fa durante la registrazione di un video per un mio nuovo progetto. Eravamo nel bel mezzo di un’intervista importante quando, improvvisamente, le spie rosse delle telecamere hanno iniziato a lampeggiare furiosamente.
Il giovane regista, un simpatico hipster barbuto appena uscito dal DAMS era palesemente alle prime armi. Forse per questo ha cercato di sembrare un super espertone. Infatti mi ha guardato e mi ha detto: “Ehi, che ne dici di puntare forte sull’effetto Kulešov?
Ok, anche io sono un discreto cinefilo, questa nozione un tempo devo averla anche letta, ma al momento confesso che son rimasto senza parole. Ho pensato che l’effetto Kulešov fosse una particolare conseguenza non proprio piacevole dopo una scorpacciata di gulash…
L’ho fissato come se mi avesse appena chiesto di sacrificare una capra in onore di una divinità sumera. “Scusa, cosa?”.
Lui, visibilmente sorpreso, ha iniziato a spiegarmi che secondo lui avremmo dovuto… beh, dopo cinque minuti di spiegazione tecnica, vi giuro che ancora non avevo capito. Alla fine mi è toccato andare a cercare Kuleshov in persona per farmi spiegare il suo effetto! 😁 Comunque il video l’abbiamo portato a casa. 🎬
Il virus che infetta le aziende: il linguaggio oscuro (che si dà per scontato)
Ma la maledizione della conoscenza non colpisce solo i set cinematografici o gli astrofisici brillanti. È il male silenzioso che divora la produttività nelle aziende.
Pensate ai silos funzionali. Da una parte abbiamo gli ingegneri che parlano di “architetture scalabili e microservizi in cloud”, dall’altra il marketing che risponde con “customer journey olistica e disruptive lead generation”. E in mezzo c’è il povero stagista che vorrebbe solo sapere dove sono le cialde del caffè.
Risultato? Frustrazione, tempi che si allungano e riunioni che sembrano la versione noiosa della Torre di Babele. 🏗️
Il problema non è adoperare un linguaggio troppo tecnico (ok, a volte anche quello…), ma dare per scontato che il nostro interlocutore lo recepisca e che parli la nostra stessa lingua!
Il linguaggio tecnico ha senso ed è giusto usarlo quando si parla con persone culturalmente affini. In un congresso medico, per esempio, evitare i termini specialistici fa sembrare impreparati. La vera questione è semplice: capire chi si ha davanti. Se il pubblico è composto da ingegneri, si parla da ingegneri. Cambia il contesto, cambia il linguaggio!
E non parliamo della comunicazione “verticale”. Avete presente quei CEO che parlano di “sbloccare valore per gli azionisti attraverso lo sfruttamento delle sinergie operative”? Per un dipendente che sta in prima linea, queste parole hanno lo stesso valore informativo di un bollettino meteo scritto in Klingon.
Cosa deve fare domani mattina alle 9? Sinergizzare la macchinetta del caffè o sbloccare il valore del toner della stampante?
Perché più ne sai, meno capisci gli altri? (Lo dice la scienza!)
Qui la faccenda si fa seria, ma prometto di non farvi venire il mal di testa. Una ricerca di Jonathan G. Tullis e Brennen Feder ha analizzato proprio questa nostra incapacità di prevedere cosa sanno gli altri.
Hanno scoperto una cosa assurda: più impariamo un argomento, più diventiamo scarsi nel valutare quanto quell’argomento sia difficile per un principiante. In pratica, quando impariamo una risposta, il nostro cervello “aggiorna” la percezione della realtà così in fretta che pensiamo immediatamente: “Beh, ma questa cosa la sanno tutti!”. 🧠
La ricerca dimostra che il nostro giudizio viene distorto dalla velocità con cui recuperiamo le informazioni. Se so la risposta, la recupero velocemente. Siccome io la recupero velocemente, deduco (erroneamente) che sia facile. È un cortocircuito logico: usiamo noi stessi come unità di misura dell’universo. Spoiler: come metro non funzioniamo mica così bene!
Il caso Panasonic: quando essere lontani dal mondo reale ti induce in errore
Volete un esempio di come la Maledizione della Conoscenza possa distruggere un business?
Guardate a Panasonic e ai suoi televisori al plasma (se ne parla approfonditamente in quest’articolo di Forbes). Dieci anni fa, ogni esperto di video (i cosiddetti “videofili”) vi avrebbe giurato sulla propria vita che il plasma era superiore all’LCD: neri profondi, colori veri, contrasto infinito. 📺
Ma c’era un problema. Gli schermi LCD si vedevano meglio sotto le luci forti e fluorescenti dei centri commerciali. Panasonic, vittima della sua stessa competenza, pensava che i consumatori avrebbero scelto in base alle performance tecniche “pure”.
Invece, la gente entrava nel negozio, guardava lo scaffale illuminato a giorno e comprava l’LCD perché “sembrava più brillante”. Nel 2014, Panasonic ha dovuto alzare bandiera bianca. Avevano ragione tecnicamente, ma avevano dimenticato come ragiona un acquirente normale in un negozio reale.
Come spezzare l’incantesimo (e non farsi odiare alle convention)
Quindi, siamo spacciati? No. Ecco come possiamo uscire dal tunnel e ricominciare a connetterci con gli esseri umani:
- Trovare un “Minimo Comune Denominatore”: non significa “parlare come se avessi davanti dei bambini”, ma trovare un linguaggio che attraversi i confini. Se gli ingegneri devono spiegare a un cliente cosa faranno per risolvere il problema devono parlare chiaramente, non dando per assodato nulla! 🛠️
- Abbracciare l’empatia: fermatevi e chiedetevi: “Se io non sapessi nulla di questo argomento, cosa capirei di quello che sto dicendo?”. Se la risposta è “nulla”, cancellate tutto e ricominciate.
- Cercare il feedback: guardate le facce di chi vi ascolta. Se i loro occhi hanno lo sguardo vitreo di un pesce palla fuori dall’acqua, probabilmente siete stati colpiti dalla maledizione. Domandatevi: “Mi sono spiegato bene?”.
Spezzare la Maledizione della Conoscenza non è facile, perché siamo programmati per dimenticare la nostra ignoranza passata. Ma se riusciamo a farlo, se impariamo a usare storie, immagini e parole semplici, accade qualcosa di magico: la platea smette di fissare il vuoto e comincia a fissare noi. E magari, capiamo pure che accidenti è questo effetto Kulešov!
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L’antidoto per liberarsi dalla maledizione della conoscenza 🧪
La maledizione della conoscenza è una trappola sottile: più aumenta la competenza, più diventa difficile ricordare cosa significhi trovarsi all’inizio. Ma se ci pensate perfino Sinner non è “nato imparato”, sarà stato pure lui un novellino, nonostante l’ovvio talento naturale! Chissà quante pallate avrà preso sul muso pure lui! 🎾
Ecco, dobbiamo fare quello sforzo: immedesimarci in chi non sa nulla di ciò che raccontiamo.
Occorre empatia e capacità di mettersi nei panni di chi ascolta. Le persone hanno percorsi diversi, esperienze diverse, linguaggi diversi. Pensare che tutti condividano lo stesso campo di riferimento porta a perdere attenzione e interesse.
Conoscere un argomento ha valore quando lo si sa trasmettere. Se il messaggio resta chiuso in un linguaggio specialistico, l’ascoltatore rimane fuori e la comunicazione si interrompe. Parlare in modo efficace significa costruire terreno comune, creare connessioni, accompagnare chi ascolta lungo il ragionamento.
Divulgare vuol dire proprio questo: spiegare a chi non sa, usando parole chiare e accessibili, senza innalzare muri concettuali. La chiarezza non semplifica il pensiero, lo rende condivisibile. Così, un linguaggio comprensibile amplia il pubblico e rafforza il messaggio.
Detto questo: volete evitare che il prossimo evento aziendale si trasformi in una seduta di ipnosi collettiva?
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