Per decenni filosofia e pedagogia hanno raccontato una versione distorta dei processi cognitivi, ma oggi la ricerca dimostra che ragione e sentimento convivono e si rafforzano a vicenda
C’era una volta una classe che non era una classe, ma un poligono di tiro sperimentale. Trenta piranha con gli ormoni in rivolta, armati di cerbottane a propulsione nucleare e aeroplanini di carta piegati con la precisione ingegneristica della NASA.
Il bersaglio mobile? Un povero insegnante che cercava di spiegare concetti complessi mentre i ragazzi lo trattavano come un rumore di fondo, un fastidioso ronzio da frigorifero vecchio in un’aula trasformata nel remake di “Mad Max”.
A un certo punto, però, è accaduta la magia. L’insegnante non ha urlato “Silenzio!”. Non ha sbattuto i pugni sul tavolo come un gorilla in crisi d’identità.
Ha fatto una mossa da ninja delle neuroscienze: ha fatto un discorso così avvincente che tutti si sono immedesimati, perché era coinvolgente, concreto e “viscerale”, al punto che il tizio dell’ultima fila – quello che stava collaudando un caccia bombardiere di carta velina – si è bloccato a metà piega.
In tre secondi, le cerbottane sono state rinfoderate, gli aeroplanini di carta son tornati nell’hangar e il silenzio è diventato così denso che avreste potuto sentir friggere un neurone solitario.
Perché? Perché quel docente aveva smesso di parlare alle orecchie della platea e aveva iniziato a solleticare la loro amigdala. Aveva dato un brivido. E quando il cervello riceve un brivido, smette di lanciare pezzi di carta e inizia a fare una delle cose per cui è stato progettato (anche se a volte sembra scordarselo): imparare.
Il punto è proprio questo: se cerchi di infilare un concetto nella testa della tua squadra senza condirlo con un pizzico di emozione, quel concetto non entrerà mai. O meglio, scivolerà via più velocemente di Paperino che scivola sulla classica buccia di banana. 🍌💨
Ma perché succede? È solo questione di carisma o c’è dell’altro? Ve lo dico io: è tutta “colpa” della biologia.
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Il divorzio tra Ragione ed Emozione: una fake news storica
Per secoli ci hanno raccontato una balla colossale: che la ragione e l’emozione fossero come l’acqua e l’olio, o come i parenti a Natale: meglio tenerli separati per evitare esplosioni. La filosofia e la vecchia pedagogia ci dicevano che per imparare bene serviva “testa fredda”.
Beh, le neuroscienze oggi ci dicono che questa è una sciocchezza (o, come direbbe un mio amico scienziato in un momento di confidenza: “una bufala atomica”). Ricerche come quelle di Keith Attard e Clarisse Schembri Frendo dimostrano che cognizione ed emozione sono in realtà pappa e ciccia. Sono un sistema interdipendente. Non si può attivare la “ragione” senza accendere la “passione”.
Immaginate il vostro cervello come l’ufficio del Presidente della Repubblica. Se volete che l’informazione sia ammessa al Quirinale, deve convincere i corazzieri che proteggono il Capo dello Stato (l’amigdala).
Se l’informazione è noiosa, grigia e non trasmette nulla, l’amigdala la rimbalza subito: “Mi spiace, sei vestita male, non entri”. Se invece l’informazione arriva accompagnata da un’emozione, una risata, una sorpresa, persino un po’ di sana tensione, l’integerrimo e severo corazziere apre le porte e dice: “Prego, accomodati pure nell’Ippocampo, la zona VIP dove conserviamo i ricordi a lungo termine”.
Stress, felicità e il cocktail del neurone 🍸
Ma attenzione: non tutte le emozioni sono uguali! Jaivarsini Johnson, in una sua brillante review narrativa, spiega che il nostro cervello reagisce in modi diversissimi a seconda del “mood”.
Se mettete la vostra squadra sotto uno stress terribile (urla, minacce di licenziamento, o la minaccia di far ascoltare a ciclo continuo i dischi di Gigi D’Alessio), la loro capacità di apprendere crolla.
Lo stress cronico e l’ansia bloccano la plasticità sinaptica. È come cercare di scrivere una mail importante mentre un orso grizzly ti sta mordendo un polpaccio: non è proprio il momento ideale per la creatività, vero?
Le emozioni positive, invece, sono il lubrificante naturale del cervello. Felicità, curiosità e ottimismo attivano i circuiti neurali che rinforzano l’apprendimento. Quando ridi durante uno speech, il tuo cervello rilascia dopamina, che è un po’ come dare una ricarica di caffè extra ai tuoi neuroni. Improvvisamente tutto diventa più chiaro e memorizzabile.
Il segreto di Ausubel (o perché le tue slide non servono a niente)
C’è un signore che si chiamava David Ausubel (sì, lo so, sembra un nome babilonese) e che parlava di “apprendimento significativo”.
Il concetto, ripreso magnificamente da Gomes da Silva e Pereira Nóbrega, è semplice: per imparare davvero qualcosa, il nuovo concetto deve “agganciarsi” a qualcosa che già conosci (i cosiddetti subsumers).
Ma qual è la colla che tiene insieme il vecchio e il nuovo? Esatto: la motivazione emotiva. Senza un coinvolgimento, il sapere non si “ancora”, resta lì a galleggiare finché non arriva la prima folata di vento (o la notifica di un meme su WhatsApp) e lo spazza via.
Il cervello non è un contenitore da riempire, è una rete da intrecciare. E l’emozione è l’uncinetto. Se non date un “brivido” (inteso come interesse, stupore, connessione umana), le persone non troveranno alcun senso in quello che dite. E senza senso, non c’è ricordo. Solo tempo perso (e sedie scomode).
Neuroimaging: la prova del nove (in 4K) 🧠
Oggi non dobbiamo più andare a “sentimento”. Grazie a strumenti come la fMRI e la PET (che non sono nomi di nuove app di dating, ma tecniche di neuroimaging), possiamo vedere il cervello che si accende come un albero di Natale quando è stimolato emotivamente.
Le aree del sistema limbico e la corteccia prefrontale iniziano a dialogare freneticamente. È la neuroplasticità in azione!
Il cervello cambia fisicamente, crea nuove connessioni, si riorganizza. Ma succede solo se la persona “sente” qualcosa. Se l’ambiente è emotivamente sicuro e stimolante, i tuoi collaboratori non solo capiranno il progetto, ma se lo porteranno a casa.
Quindi, come possiamo parlare alle persone (ed evitare l’effetto buccia di banana)? 🍌
Semplice: dobbiamo smettere di parlare alle teste e iniziare a parlare alle persone. Dobbiamo imparare a usare il linguaggio delle emozioni anche per veicolare contenuti tecnici. È qui che entro in gioco io (e la mia passione per la neurofisiologia comica!).
Se vuoi che la tua prossima convention o il tuo prossimo evento aziendale non sia l’ennesima sagra dello sbadiglio, ma un’esperienza che lasci il segno (senza bucce di banana tra i piedi), contattatemi per i miei speech!
In particolare, ho creato uno speech che si chiama: “Cervello & emozioni: come usarle senza perdere la testa“.
Si tratta del primo speech di neurofisiologia comica che ci permette di capire come funziona davvero la nostra mente e come possiamo utilizzarla per comunicare meglio e per costruire relazioni più solide con gli altri. Rideremo, impareremo e, soprattutto, daremo ai neuroni della tua squadra quel brivido necessario per non far scivolare via le idee.
Non lasciare che i tuoi concetti facciano la fine di Paperino sulla buccia di banana: diamogli insieme una base solida… e magari un po’ di sana euforia! 🚀








