Hai comprato l'ennesimo libro su come parlare in pubblico? Ora mettilo via e leggi qui | Diego Parassole

Hai comprato l’ennesimo libro su come parlare in pubblico? Ora mettilo via e leggi qui

Basta manuali miracolosi e tecniche improbabili: l’efficacia sta nel comprendere come funziona il corpo, accettare l’ansia e trasformarla in energia, comunicando in modo autentico e umano

Avete la libreria piena di tomi tipo: “Diventate oratori provetti in 48 minuti?”, “Convincere chiunque a far qualunque cosa: tipo comprare questo libro”, “Public Speaking: ecco la ricetta magica”?

E ogni volta, dopo aver letto mirabolanti consigli tipo “immaginare il pubblico in mutande” (che, diciamocelo, è più inquietante che rassicurante), vi ritrovate al punto di partenza: voi, un microfono e il battito cardiaco di un colibrì sotto anfetamine…

Io di lavoro parlo davanti alle persone. Lo faccio mescolando scienza e comicità, perché ho scoperto una grande verità: l’antidoto alla noia (e alla paura) non è una formula magica, ma una buona dose di autenticità e qualche buona pratica che la scienza, quella vera, ci mette a disposizione.

Quindi, facciamo un patto. Voi dimenticate le ricette miracolose e io vi svelo cosa funziona davvero, senza promettervi che diventerete Barack Obama entro domani. Pronti? 😉

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La grande illusione: devi uccidere l’ansia

Il primo comandamento di ogni manuale di self-help è: “Sconfiggete l’ansia!”. Sbagliato. L’ansia non è il nemico, è la vostra coinquilina un po’ invadente. Non potete sfrattarla, ma potete imparare a conviverci e a chiederle di abbassare il volume della musica.

Quella sensazione di stomaco annodato e mani sudate? Si chiama adrenalina. È la stessa cosa che vi fa scattare se vedete un’auto che vi viene addosso.

Ma non è solo adrenalina!

Quando state per andare in scena (o per affrontare qualsiasi prova importante), il vostro corpo rilascia un’intera orchestra chimica. L’adrenalina è solo il primo violino: accelera il battito, vi rende vigili, pronti. Ma subito dietro arriva la noradrenalina, che vi tiene concentrati come un gatto davanti al topo (a questo proposito è molto interessante una ricerca di).

Poi c’è il cortisolo, l’ormone dello stress: arriva più lentamente, ma serve a mobilitare le energie a lungo termine. Intanto la dopamina vi sussurra all’orecchio: “Dai, che ce la fai, che bello, che figata!”.
Se va tutto bene, anche la serotonina dà una mano al buonumore; se invece traballa, può amplificare il nervosismo. Le endorfine sono lì pronte per premiarvi, come caramelle dopo la visita dal dentista.
E quando il GABA cala, scende anche il freno: è il momento in cui vi sembra di essere su un’altalena senza cinture.

Questa tempesta chimica non è solo stress. È vitalità pura. È quella strana euforia che precede il salto nel vuoto. Molti performer imparano a non chiamarla “ansia”, ma “energia pronta a esplodere”.
E spesso funziona.

Il vostro corpo sta semplicemente dicendo: “Ehi, questa cosa è importante! Allerta massima!”. In psicologia, la Legge di Yerkes-Dodson ci insegna che un certo livello di stress (chiamiamolo “eustress”, lo stress buono) migliora le nostre prestazioni. È come il peperoncino nella pasta: un pizzico la rende sublime, troppo la trasforma in un’arma chimica.

Cosa fare, quindi? Invece di combatterla, rinominatela.

Non è “ansia da prestazione”, è “energia da palco”.

Quando la sentite salire, fate qualche respiro profondo. Non perché sia un rito voodoo, ma per una ragione puramente fisiologica: la respirazione diaframmatica lenta stimola il nervo vago, che a sua volta invia al cervello il segnale di “tutto ok, non stiamo per essere mangiati da una tigre”, come potete vedere in questa ricerca pubblicata su Nature. Abbassa il cortisolo e vi permette di usare quell’energia per essere più brillanti, non più paralizzati, come attesta questo studio di Xiao Ma e colleghi.

Conversazione, non performance (e per favore, a meno che non sia un convegno di nudisti, rivestiamo il pubblico)

Abbandoniamo per sempre il consiglio più bizzarro della storia: immaginare la platea nuda. A parte il fatto che è una distrazione colossale (e potenzialmente traumatica), sposta il focus sulla cosa sbagliata: voi contro di loro.

Il segreto è cambiare prospettiva. Non state facendo una performance, state avendo una conversazione. Un po’ allargata, certo, ma pur sempre una conversazione. Non dovete parlare alla folla, ma con le persone.

Come si fa? Semplice.

Identificate 3 o 4 facce amiche (o almeno non ostili) in diversi punti della sala. All’inizio del vostro discorso, agganciate lo sguardo della prima persona e parlatele per una frase intera, come se foste al bar.

Poi spostatevi dolcemente sulla seconda persona, e così via. Alternate questi “punti di ancoraggio”. L’effetto è potentissimo: chi riceve il vostro sguardo si sente coinvolto personalmente, e il resto della platea percepisce un’intimità e una sicurezza che non avreste mai proiettando le parole verso il muro in fondo.

State umanizzando il pubblico, trasformandolo da “massa giudicante” a “gruppo di individui”.

Ok, ma se le persone sono 200, 500 o addirittura 1000?

Niente panico: non dovete fare un appello nome per nome. Basta spostare lo sguardo in modo strategico.

Alternate il contatto visivo tra il pubblico vicino, quello a metà sala, e quello più lontano. Se siete in teatro, ricordatevi che esiste anche la galleria e i palchetti laterali: quelli lassù hanno pagato il biglietto come gli altri.
Certo, non riuscirete a guardare proprio tutti negli occhi, ma il trucco funziona lo stesso: trasmetterete la sensazione collettiva “sto parlando a voi… e ora a voi…”, e questo basta per far sentire ogni zona della sala dentro la conversazione.

Il discorso? Una mappa del tesoro, non un copione teatrale

“Devo imparare tutto a memoria!”. No, no e poi no. Imparare un discorso parola per parola è il modo migliore per sembrare un robot e per andare nel panico totale alla prima, inevitabile, dimenticanza. Se la memoria vi tradisce, il castello di carte crolla e voi rimanete lì, a balbettare, cercando di ricordare se dopo “dunque” c’era “pertanto” o “quindi”.

Pensate al vostro discorso come a una mappa del tesoro. Conoscete il punto di partenza (l’introduzione), conoscete l’isola del tesoro (il messaggio chiave) e conoscete le tappe fondamentali per arrivarci (i 3-4 punti principali). Il percorso esatto tra una tappa e l’altra potete improvvisarlo.

Questo vi rende più flessibili, più naturali e, soprattutto, più resilienti. Se perdete il filo, non dovete ricordare la parola esatta, ma solo la prossima “tappa” sulla mappa. Un trucco che aiuta tantissimo è la “Regola del Tre”: gli esseri umani amano le cose in gruppi di tre. Strutturate il vostro discorso attorno a tre concetti principali. Sarà più facile da ricordare per voi e più facile da seguire per loro.

Oppure – è quel che faccio fare io agli speaker dei TEDx – ripetete il discorso più volte. Vedrete che un giorno dopo l’altro la memoria si consoliderà e avrete imparato lo speech praticamente a memoria senza averlo davvero “studiato a memoria”.

Certo, richiede tempo, ma il risultato è garantito. Tra l’altro questa modalità ha un vantaggio sull’altra: sarete consapevoli del fatto che conoscete bene il vostro speech e questo vi renderà più sicuri in scena. Avrete automatizzato una serie di processi: il contenuto del testo, l’uso più preciso della gestualità, vi verrà spontaneo cambiare i toni e i volumi della voce senza doverci pensare troppo e molto altro… E vi sentirete autentici, perché tutto sgorgherà dalla vostra memoria corporea senza doverci pensare troppo.

Questa modalità ha anche altri 2 vantaggi importanti:

  1. l’aver automatizzato una serie di processi comporterà un minor carico cognitivo da parte vostra: avrete le risorse per poter osservare le reazioni del pubblico e agire di conseguenza (ad esempio: noto che qualcuno è distratto? Posso modificare il ritmo e la mia energia e provo a catturare la sua attenzione, magari coinvolgendolo con una domanda o altro);
  2. sarò più consapevole della durata del mio speech, che in certi contesti è fondamentale (ad esempio a Zelig dovevamo rispettare rigorosamente i tempi che ci venivano assegnati, il margine di errore poteva essere al massimo di qualche secondo: immaginate se ogni comico avesse allungato anche solo di un minuto o due il suo tempo di permanenza sul palco: dopo 5-6 comici il ritardo avrebbe potuto essere di 10 o 15 minuti e sarebbero saltati i tempi dei blocchi pubblicitari. Insomma gli sponsor della trasmissione non l’avrebbero presa bene!)

    La verità è che rispettare i tempi è una forma di rispetto verso tutti: verso chi vi ha invitati, verso il pubblico, verso chi viene dopo di voi.
    Chi ha assistito a una convention aziendale con relatori eterni lo sa bene: eventi infiniti, pubblico stremato, gente che scappa via per non perdere il treno. E il povero speaker finale, magari quello con il messaggio più importante, costretto a tagliare tutto all’ultimo minuto.

    Insomma, preparatevi bene. Non per essere rigidi, ma per essere liberi. E ricordate: una buona preparazione non ha mai fatto male a nessuno 😁

La vera magia: vulnerabilità e slide che NON uccidono

Ok, ora che abbiamo smontato i miti, ecco cosa funziona davvero.

  • Siate umani, non perfetti. La gente non si connette con la perfezione, si connette con l’autenticità. Se vi si impiglia la lingua, rideteci su. Se la slide non parte, fate una battuta (“È timida, come me all’inizio”). Raccontare una piccola storia personale, un aneddoto, anche un fallimento, crea un ponte emotivo istantaneo. La vulnerabilità non è debolezza, è un superpotere comunicativo.
  • Le vostre slide sono il condimento, non il piatto principale. Basta con le diapositive che sembrano la pagina di un’enciclopedia. Una slide efficace ha un’immagine potente e, al massimo, tre parole. Serve a evocare un concetto, non a spiegarlo. La gente è venuta per ascoltare voi, non per leggere il vostro gobbo proiettato alle spalle. Se il pubblico legge, non ascolta. È una legge della fisica cerebrale.

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Parlare in pubblico non è roba da supereroi: non devi snaturarti!

Parlare in pubblico non è un talento innato per pochi eletti. È un’abilità, come andare in bicicletta o preparare una carbonara decente. Richiede pratica, un po’ di tecnica e, soprattutto, il coraggio di essere se stessi.

Quindi, la prossima volta che dovete parlare davanti a qualcuno, dimenticate le formule magiche. Respirate, trovate un paio di occhi amici, seguite la vostra mappa e ricordate che siete lì per condividere qualcosa, non per essere giudicati.

Se vi ho incuriosito, potete contattarmi per i miei speech di formazione.

E se per caso vi capita di organizzare un evento aziendale, un meeting o una conferenza e siete stanchi dei soliti discorsi alla camomilla, beh… scrivetemi qui.

Giuro solennemente di non immaginare nessuno in mutande!😉

Conosciamoci meglio!

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Comunicazione Efficace