Come rendere memorabile un TED: questione di autenticità e allenamento | Diego Parassole

Come rendere memorabile un TED: questione di autenticità e allenamento

Niente slide con gattini o schemi preconfezionati: per parlare davvero al pubblico serve trasformare ansie, emozioni e idee in un messaggio vivo, originale e necessario

Ok, ci siamo. Siete pronti a scoprire il segreto ancestrale, la formula alchemica, il Sacro Graal per trasformare un discorso in un evento memorabile? Siete pronti a diventare i Sinner del public speaking?

Bene. Perché non esiste. 🤷‍♂️

Esatto, mi spiace deludervi. Se speravate in una ricetta tipo “prendi 200g di aneddoto strappalacrime, aggiungi una slide con un gattino e inforna a 18 minuti” (la slide, non il gatto!), siete nel posto sbagliato.

Per anni, nel mio lavoro di speaker-comico-divulgatore (una professione che si spiega più facilmente a gesti), ho visto persone cercare disperatamente la formula magica.

La verità? I discorsi più virali, quelli che ci tengono incollati allo schermo di YouTube fino alle 3 del mattino, sono come i fiocchi di neve: apparentemente simili, ma in realtà unici e irripetibili.

Hanno tutti una personalità pazzesca. E quella personalità non si compra su Amazon Prime. L’unico, vero, inimitabile ingrediente segreto è il lavoro personale di chi sta sul palco. È l’unica cosa che ci salva dalla noia mortale del “copia-incolla”, dall’effetto soporifero di uno schema visto e rivisto.

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Dalla sala riunioni al palco: cronache dal mio laboratorio

Spesso da me arrivano manager con la rigidità posturale di un Playmobil e imprenditrici che parlano come un comunicato stampa dell’Agenzia delle Entrate. Sono persone brillanti, leader nel loro campo, ma quando devono parlare in pubblico si trasformano. Diventano la copia sbiadita di uno speaker che hanno visto online, recitando un copione che non sentono loro.

La prima reazione, quando mi presento, è sempre la stessa. Sfogliano il mio curriculum, vedono “comico”, “attore”, e nei loro occhi leggo il panico misto a scetticismo: “Oh no. Adesso questo vuole insegnarmi a fare le battute sulla suocera durante la presentazione dei dati trimestrali?”.

Come mi ha confessato un VP di una grande azienda dopo il nostro percorso, l’idea di affidarsi a un “uomo di spettacolo” per bisogni di business lo lasciava un tantino perplesso.

Ed è proprio qui che inizia la magia.

La comicità, vedete, è il mio grimaldello. Non serve a trasformare un CEO in un cabarettista, ma a scardinare la rigidità, a far crollare quel muro di formalità dietro cui ci nascondiamo per paura di essere giudicati. Come una volta mi ha detto Stefano Saponaro, director Allianz Global Investors: “la comicità rompe gli schemi e aiuta ad abbassare le barriere”. E quando le barriere sono giù, quando ci si sente liberi di sperimentare, allora il vero lavoro può iniziare.

È a quel punto che entrano in gioco le neuroscienze e la mia esperienza teatrale. Non lavoriamo su formule magiche, ma sulla creazione di una profonda connessione emotiva.

Lavoriamo sulla gestualità che crea empatia, sulla presenza scenica che riempie lo spazio, sulla struttura narrativa che il nostro cervello riconosce e ama.

Il risultato? Il Presidente della multinazionale, che all’inizio si muoveva come se avesse un manico di scopa nella schiena, improvvisamente scopre di avere un corpo, una voce e un carisma che non sapeva di possedere.

Non gli ho dato una formula, ma, come ha detto un cliente, gli ho fornito una “ricetta personalizzata”, gli strumenti per trovare la sua voce. Quella che il suo team e i suoi clienti riconosceranno come autentica. Vedere un leader riscoprirsi capace di emozionare e coinvolgere è la mia personale prova del nove.

Ed è molto più divertente che leggere uno slide deck. Per tutti.

Quattro guru del palco (e cosa ci insegnano davvero)

Certo, qualche dritta dagli esperti non fa mai male. Non sono formule magiche, ma più che altro attrezzi da mettere nella vostra cassetta personale. Eccone quattro che devi conoscere:

  • Joe Kowan e l’ansia che diventa superpotere: Joe ha una paura gigantesca del palco. Terrore puro. Il suo corpo va in modalità “attacco della tigre dai denti a sciabola” di fronte a 20 cantautori folk un po’ tristi. Invece di combatterla, ha fatto una genialata: ha scritto una canzone sulla sua paura del palcoscenico. Una canzone che funziona solo se la sua voce trema e il suo corpo è rigido. Ha trasformato il suo più grande bug in una feature. Ha reso il pubblico complice della sua vulnerabilità, creando una “grande, felice famiglia nervosa a disagio”. Genio. La lezione? Non nascondere le tue fragilità, mettile sotto un riflettore e falle diventare il cuore del tuo discorso.

  • Jess Ekstrom e la sindrome del faro: Jess ci mette di fronte a una scelta: vuoi essere un riflettore o un faro? Il “riflettore” punta la luce su di sé (“Oddio, come sto? Mi stanno giudicando? Ho la rucola tra i denti?”). È la via più sicura per l’ansia da prestazione. Il faro, invece, illumina il suo pubblico. La domanda non è più “cosa pensano di me?”, ma “di cosa hanno bisogno da me?”. Questo semplice cambio di prospettiva sposta il focus da te agli altri, e l’ansia diminuisce perché non si tratta più di essere perfetti, ma di essere utili. Ricorda, il pubblico preferisce sempre essere guidato da un faro, anche se ogni tanto inciampa, piuttosto che essere accecato da un riflettore.

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  • Chris Anderson e l’arte di regalare un’idea: secondo il curatore di TED, Chris Anderson, il tuo unico, vero compito è trasferire un’idea nella mente del pubblico. Non venti idee. Una. Chiara, potente, ben confezionata. Per farlo, devi prima di tutto incuriosire il pubblico, creare un “buco” nella loro visione del mondo che solo la tua idea può colmare. Poi, devi costruire quell’idea usando concetti che già conoscono, come se stessi montando un mobile IKEA con istruzioni comprensibili. Usa metafore, esempi, e soprattutto, testa il tuo discorso con amici. Se loro si confondono, hai un problema. Infine, la tua idea deve servire a loro, non solo a te o alla tua azienda. Se è un regalo disinteressato, lo accetteranno con gioia.

  • Julian Treasure e i 7 peccati capitali (della voce): Julian Treasure ci ricorda che parlare male è facile. Elenca i “sette peccati capitali” dell’eloquio: pettegolezzo, giudizio, negatività, lamentele, scuse, esagerazione e dogmatismo. Evitarli è già un buon inizio. Ma il suo vero contributo è il modello “HAIL” (che in inglese suona come “acclamare”): Honesty (Onestà), Authenticity (Autenticità), Integrity (Integrità) e Love (Amore, inteso come augurare il bene). E poi c’è la pratica: la sua “cassetta degli attrezzi vocali” (registro, timbro, prosodia, ritmo) e i suoi esercizi di riscaldamento sono un toccasana. Chi non vorrebbe fare “brrrrrrrrr” con le labbra prima di una riunione importante? Provateci, è liberatorio.

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Vade retro speaker soporiferi: accendiamo insieme il vostro messaggio!

Kowan abbraccia la sua paura, Ekstrom si concentra sul pubblico, Anderson costruisce un’idea e Treasure ci insegna a essere onesti e a scaldare la voce. Vedete uno schema? No. O meglio, l’unico schema è: sii te stesso, lavora sul tuo messaggio finché non diventa un pezzo di te, e offrilo al mondo con generosità.

Un discorso memorabile non è un prodotto standardizzato, ma un piatto cucinato in casa. Può avere qualche imperfezione, può non seguire la ricetta alla lettera, ma ha un sapore unico e inconfondibile: il tuo.

Quindi, la prossima volta che la vostra azienda organizza un evento e vi propinano l’ennesimo speaker noioso con le sue slide piene di bullet point, che parla di “sinergie” e “paradigm shift”… pensate a me.

Se vi serve uno speaker capace di far ridere, pensare e lasciare il segno, ci sono. Se volete formarvi o formare il vostro team per costruire messaggi che funzionano e arrivano dritti alle persone, ci sono.

Niente formule magiche, ma tanta pratica, un po’ di ritmo, onestà, e il giusto pizzico di follia.

Il risultato?

Una voce che vi somiglia davvero. E un discorso che si fa ricordare. Promesso. 😉

Conosciamoci meglio!

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