Esempi di comunicazione efficace: 3 scene da film (che non trovi su Netflix) | Diego Parassole

Esempi di comunicazione efficace: 3 scene da film (che non trovi su Netflix)

Da Philip Seymour Hoffman a Charlie Chaplin, passando per Russell Crowe e Susan Sarandon: quando le parole, la voce e il corpo diventano strumenti narrativi che catturano e convincono

Allacciate le cinture (o slacciatele, fate voi, basta che siate comodi) perché oggi ci tuffiamo nel magico, e a volte insidioso, mondo della comunicazione efficace.

E lo faremo, udite udite, grazie a tre scene da film.

Ve lo dico per esperienza: la comunicazione è un’arte sottile, una danza tra emittente e ricevente, solo che a volte, si rischia di pestarci i piedi a vicenda come due pinguini su una lastra di ghiaccio troppo piccola. 😂

Se vi concentrate esclusivamente sul contenuto del vostro intervento, ignorando la prossemica (disciplina della semiologia che analizza come le persone gestiscono la distanza tra sé e gli altri) e il linguaggio non verbale, tono di voce e gestualità, rischiate di annoiare a morte il pubblico.

Un po’ come cercare di spiegare la teoria delle stringhe al vostro pincher nano!

Ecco, quella è comunicazione inefficace.

Ma non temete!

Vi presenterò tre esempi di comunicazione efficace pescati direttamente dalla settima arte.

Preparate i popcorn🍿: ciak, si gira!

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Scena 1: “Il Dubbio” (2008) – Il pettegolezzo come arma di narrazione di massa

Ricordate Philip Seymour Hoffman (pace all’anima sua, che attore immenso!) nel ruolo di Padre Flynn?

C’è una scena in cui tiene un sermone sul pettegolezzo che è pura magia comunicativa.

Non vi annoia con definizioni da vocabolario o pipponi moralistici. No, lui racconta una storia.

La storia di una donna che spettegola e poi, presa dal senso di colpa, va a confessarsi.

Il prete le dice di andare sul tetto, squarciare un cuscino di piume e poi tornare.

Lei lo fa.

“E ora,” le dice il prete, “vai e raccogli tutte le piume.”

La donna, sconsolata, risponde: “Ma è impossibile, Padre, il vento le ha portate via dappertutto!”

E il prete: “Ecco, quello è il pettegolezzo.” 🌬️💨

BOOM! Metafora servita.

La storia arriva dritta, senza mediazioni.

Non ti sta dicendo “il pettegolezzo è brutto e cattivo”, te lo sta facendo sentire.

E Philip Seymour Hoffman, con la sua calma serafica e la sua voce profonda, ci inchioda alla sedia.

Le parole sono ben dosate e calibrate, il tono della voce modulato, da calmo diventa enfatico, non occorre gigioneggiare o fare l’istrione, qua basta la voce e la presenza scenica.

Questo è storytelling che supera ogni barriera razionale. Vi rimane dentro perché vi ha coinvolto.

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Scena 2: “Il Gladiatore” (2000) – Quando il corpo vale più di mille parole

Passiamo a un classicone, ma guardiamolo con occhi diversi. La scena è quella iconica: Massimo Decimo Meridio (un Russell Crowe che trasuda carisma da ogni poro) si rivela all’Imperatore Commodo (un Joaquin Phoenix viscidissimo e perfetto).

Analizziamo la comunicazione non verbale:

Commodo entra nell’arena con quella postura presuntuosa, mento all’insù, guardando lo spettacolo come se osservasse formiche. Arroganza pura, stampata sulla sua figura.

Poi arriva Massimo. Dopo aver detto “Mi chiamano Gladiatore”, TAC, gli dà la schiena.

Un atto di sfida supremo di fronte all’uomo più potente del mondo.

Persino di schiena, Crowe è espressivo, emana una forza tranquilla ma indomita.

La tensione sale quando Commodo, infastidito, ordina: “Togliti l’elmo”.

Massimo lo fa, ma con una lentezza calcolata, da infarto.

Ogni secondo è studiato per massimizzare l’impatto.

Poi la rivelazione: “Mi chiamo Massimo Decimo Meridio…” e mentre lo dice, avanza lentamente verso Commodo. Non è sottomesso, è accusatorio.

Il tono di voce sale gradualmente, carico di dolore e rabbia repressa (e qui, il doppiatore Luca Ward è un fenomeno!).

E la reazione di Commodo?

L’Imperatore è visibilmente agitato, sorpreso, quasi timoroso. Inclina la testa, la sua sicumera si sgretola. La sua prossemica (la gestione dello spazio) è tutta in ritirata.

Perché vi parlo di questo?

Perché “Il Gladiatore” ci insegna che la comunicazione è fatta di espressioni del volto, postura, gestione dello spazio.

Massimo non è mai perdente, nemmeno quando è uno schiavo, grazie al sapiente uso del corpo.

Si avvicina, dà le spalle, ogni movimento è un messaggio. Potentissimo. 💪

(E ammettiamolo, tutti noi vorremmo avere quel tipo di presenza scenica quando negoziamo con degli ossi duri oppure chiediamo un aumento, vero? 😉)

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Scena 3: “Il Grande Dittatore” (1940) – Le parole (e i gesti) possono scuotere il mondo

Qui andiamo su un capolavoro assoluto, un film che è una lezione di vita e di comunicazione.

La scena finale, il discorso del barbiere ebreo che si finge il dittatore Adenoid Hynkel (entrambi interpretati da un Charlie Chaplin stratosferico).

Mentre il vero dittatore era un fanatico della guerra e dell’oppressione, il barbiere usa quel palco per un messaggio di speranza, umanità, libertà e uguaglianza.

E come lo fa?

Con un linguaggio semplice e diretto, niente paroloni astrusi, ma frasi brevi, incisive, che arrivano al cuore. L’emozione è pura: Chaplin non recita, sente.

La sua voce trema, i suoi occhi brillano. C’è passione, c’è urgenza.

E la sua comunicazione non verbale?

Magistrale.

I gesti sono misurati ma potenti. L’espressione del volto passa dalla timidezza iniziale alla forza della convinzione. Usa tutto sé stesso.

Parole come “Mi dispiace, ma io non voglio fare l’imperatore. Non è il mio mestiere… Vorrei aiutare tutti, se possibile” risuonano ancora oggi con una forza incredibile.

Chaplin ci dimostra che quando andiamo “in scena” (che sia un palco vero, una riunione di lavoro o una cena di famiglia in cui dobbiamo annunciare che abbiamo adottato altri tre cani 🐶🐶🐶), non comunichiamo solo con le parole, ma con lo sguardo, con ogni muscolo del viso, con il corpo intero.

Essere consapevoli di questo arsenale comunicativo è vitale!

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Scena bonus: Susan Sarandon emoziona anche solo dicendo “bla bla bla”

La potenza del non verbale non è confinata al cinema muto.

Vi ricordate qualche anno fa (ormai 17!) lo sciopero degli autori di Hollywood?

Girava un video sul canale “Speechless Hollywood“, in cui attori famosi come la grande Susan Sarandon e Chazz Palminteri dicevano solo “bla bla bla”, parole volutamente senza senso.

Eppure, le loro espressioni, il tono, i gesti… ragazzi, arrivava tutto!

Emozioni pure, senza bisogno di un dizionario. Una dimostrazione pazzesca di come il nostro corpo e il nostro volto possano trasmettere messaggi potenti anche in assenza di contenuto verbale esplicito.

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Il corpo, la voce e il silenzio: strumenti invisibili che lasciano il segno (non solo al cinema)

Abbiamo visto come Philip Seymour Hoffman, raccontando una storia, sia riuscito a farci sentire il peso del pettegolezzo, aggirando le nostre difese razionali.

Abbiamo ammirato come Russell Crowe, nei panni di Massimo, potesse dominare una scena con la sola postura, con un semplice voltare le spalle o un lento avanzare, dimostrando che il corpo è un altoparlante potentissimo.

E poi c’è Chaplin, che con parole semplici ma cariche di un’emozione palpabile e un controllo magistrale del non verbale, ha scosso le coscienze.

Un’impresa che echeggia persino nelle performance più moderne e apparentemente “vuote” come quelle viste in “Speechless Hollywood”, dove l’essenza della comunicazione emotiva trionfa sulla parola.

Lo so, sembra roba da intellettualoidi da cineforum, ma fidatevi di uno che sul palco ci vive:

padroneggiare queste modalità di comunicazione, non così scontate come si pensa, può fare la differenza tra essere ascoltati durante uno speech ed essere quella fastidiosa zanzara che tutti vogliono scacciare. 🦟

Ora scusate, ma devo andare a spiegare al mio commercialista perché l’acquisto di una toga da senatore romano era una spesa “inerente all’attività professionale”.😉

Alla prossima!

Conosciamoci meglio!

GUARDA IL NUOVO SPEECH!

Comunicazione Efficace