La mente non si fa fregare, quando ha un dubbio, si fida molto di ciò che dice (e non dice) il corpo…
Vi è mai capitato di avere a che fare con una persona non proprio, ehm… coinvolta?
Magari, durante un primo appuntamento, lei dice: «Sei molto elegante stasera, complimenti», ma lo sguardo è fisso sul telefonino e la voce arriva distratta, come un sottofondo automatico. Le parole sono gentili, certo, ma il corpo racconta tutt’altro!
Oppure il collega che vi accoglie con un solenne: «È sempre un piacere lavorare con te», pronunciato con un sorriso rigido, lo sguardo incredulo e un tono forzato, come se stesse recitando una battuta obbligatoria.
Anche qui il messaggio verbale dice una cosa, quello non verbale ne comunica un’altra, molto più convincente. Ecco, in quei momenti la vostra mente fa un calcolo rapidissimo, scarta le parole e si fida solo di una cosa: il corpo.
Quando cercate uno speaker per il vostro prossimo evento aziendale, potreste essere tentati di guardare solo il curriculum o la lista dei libri pubblicati. Errore!
Quello che dovete cercare è qualcuno che sappia che la comunicazione non è un monologo, ma un ballo frenetico che coinvolge sopracciglia, mani, tono di voce e persino la gestione del sudore (okay, quest’ultimo cerchiamo di limitarlo). 😅
Il corpo non sa mentire (anche se ci prova tantissimo)
Jens Allwood, un ricercatore che ha passato più tempo a studiare i gesti che la Gen Z a guardare serie TV, ci dice chiaramente che la comunicazione corporea è la nostra “lingua madre” evolutiva. Prima di inventare congiuntivi e avverbi, i nostri antenati si capivano a suon di grugniti, sguardi e danze della pioggia. Il linguaggio verbale è un’aggiunta recente, un optional di lusso.
Allwood sostiene che la comunicazione sia intrinsecamente multimodale.
Cosa significa?
Che non potete separare quello che dite da come lo dite.
Usiamo simboli (le parole), icone (i gesti che mimano l’azione, tipo quando spiegate quanto era grande quel pesce che non avete mai pescato 🐟) e indici (il tremolio delle mani che urla “Aiuto, ho l’ansia!”).
In un evento aziendale, se lo speaker non padroneggia questi livelli, succede il disastro: l’audience smette di ascoltare le informazioni e inizia a contare quante volte il relatore si aggiusta gli occhiali per il nervosismo. Allwood parla di tre livelli di consapevolezza:
- Indicare: quando comunicate qualcosa senza volerlo (come arrossire dopo una gaffe).
- Mostrare: quando esprimete qualcosa consapevolmente ma senza un cartello luminoso.
- Segnalare: quando dite “Signori, guardate qui”.
Uno speaker professionista deve saper ballare tra questi livelli con la grazia di un equilibrista, rendendo la sua performance autentica. Perché, ammettiamolo, se c’è discrepanza tra il corpo e le parole, spesso diamo ragione al corpo. 🕵️♂️
Perché gli sguardi contano più delle slide (scusa, PowerPoint)
Michael Argyle, un altro gigante che ha scritto praticamente la Bibbia della comunicazione corporea, ovvero “Bodily communication“, sosteneva che il non verbale non sia una semplice “cornice”. È il quadro stesso! 🖼️
Senza i segnali del corpo, una conversazione sarebbe rigida, ambigua e noiosa come un manuale tecnico in lingua straniera.
Il corpo, secondo Argyle, serve a esprimere emozioni, a mostrare quanto siamo dominanti (o quanto vorremmo sparire sotto il palco) e a gestire i turni di parola.
Argyle mostrò soprattutto che, se si voleva prevedere come una persona sarebbe stata giudicata (amichevole o ostile), osservare il linguaggio del corpo forniva informazioni 12,5 volte più utili rispetto alle sole parole.
È un po’ come cercare di capire se la suocera è arrabbiata con te. Puoi ascoltare quello che dice: “No, no, va tutto bene caro”. Oppure puoi guardarle la faccia: 😠.
Il livello reale di arrabbiatura lo capisci decisamente meglio dalla faccia che dalle parole. Ed è proprio questo il punto della famosa “varianza”: quanto il non verbale aiuta a cogliere ciò che le parole non dicono. Oppure, parafrasando Enrico Ruggeri: “Quello che le suocere non dicono”… 👵
Ecco perché Argyle è ancora così citato: ha dimostrato scientificamente quello che tutti sappiamo quando qualcuno dice “non sono arrabbiato” con i denti stretti. 😄
E poi c’è un altro aspetto affrontato da Argyle di cui vi voglio parlare. Avete presente quel momento in un panel dove tre persone parlano contemporaneamente e nessuno si capisce? Ecco, lì è mancata la sincronizzazione non verbale.
Uno speaker che “sa stare al mondo” usa lo spazio e lo sguardo non solo per sembrare figo, ma per creare una connessione. Se parlo fissando il soffitto, sto comunicando con gli angeli o con le infiltrazioni d’acqua, ma non con voi.
Se invece uso il tono di voce per sottolineare un concetto chiave, sto aiutando il vostro cervello a non andare in modalità “screen-saver”. Praticamente la comunicazione non verbale è la colla che tiene insieme l’attenzione del pubblico. 🧴
L’abilità emotiva: ovvero il superpotere di “leggere la stanza”
Ma c’è un livello ancora superiore, studiato da ricercatori come Kidwell e Hasford: l’abilità emotiva. Questo è il vero spartiacque tra un relatore che fa il suo compitino e uno che trasforma un evento aziendale in un’esperienza memorabile.
L’abilità emotiva si divide in tre superpoteri (no, niente mantelli, purtroppo 🦸):
- Percepire le emozioni: capire se il pubblico sta sbadigliando perché è stanco o perché la slide numero 97 sulle statistiche dei toner è effettivamente letale. 😴
- Facilitare il pensiero: sapere che un’emozione positiva apre la mente alla creatività, mentre una negativa ci rende rigidi. Se voglio farvi venire un’idea geniale, devo prima farvi ridere… o almeno sorridere!
- Gestire le emozioni: mantenere il controllo se il microfono smette di funzionare o se un piccione entra improvvisamente in sala.
Il concetto più bello che Kidwell e Hasford introducono è quello di convergenza emotiva.
Quando lo speaker e il pubblico entrano in sintonia, si crea una sorta di Wi-Fi invisibile. Le persone iniziano a fidarsi di più, a capire meglio e ad aprirsi al cambiamento. È in quel momento che la formazione o la divulgazione aziendale smette di essere “quel momento in cui non lavoro” e diventa “il momento in cui ho imparato qualcosa di incredibile”.
Quindi, chi volete sul vostro palco?
Scegliere uno speaker solo perché è un esperto della materia è come scegliere un pilota d’aereo solo perché sa leggere le mappe ma non ha mai toccato una cloche. La competenza tecnica è fondamentale, ma la capacità di trasmetterla attraverso il corpo, la voce e l’empatia è ciò che fa la differenza tra un monologo soporifero e uno speech che lascia il segno.
Ed è qui che entro in gioco io. Nei miei speech per convention ed eventi aziendali, ho deciso di unire il rigore della divulgazione scientifica alla potenza della comicità.
Perché? Perché se ridi, abbassi le difese; e se abbassi le difese, le informazioni entrano meglio e mettono radici. 🌳
Se desiderate trasformare la vostra prossima convention in un evento che le persone ricorderanno non per il catering (che comunque è importante, eh!), ma per ciò che hanno provato e imparato, contattatemi. Costruiamo insieme uno speech che parli la lingua universale del corpo e del sorriso.
Dopotutto, come abbiamo visto, la comunicazione non verbale non vi fa solo fare un figurone al gioco del mimo! 😉








