Per anni l’azienda ha scambiato il muso lungo per professionalità, ma ora la musica è cambiata!
Per decenni, nel mondo corporate, abbiamo vissuto sotto una dittatura silenziosa: quella della Serietà con la S maiuscola.
L’equazione era semplice quanto sbagliata: Se ti diverti, non stai lavorando. Se ridi, non stai imparando. Se non soffri almeno un po’, il concetto non si fisserà mai nella tua mente.
La formazione doveva essere austera, formale, possibilmente dolorosa. Come una medicina amara: più faceva schifo, più doveva farti bene.
Ecco, ho una notizia che potrebbe sconvolgere i puristi del “si è sempre fatto così”: quella visione è vecchia, inefficace e, diciamocelo, incredibilmente noiosa.
Oggi voglio parlarvi di Edutainment (educazione + intrattenimento), e voglio farlo smontando un pregiudizio alla volta. Perché, spoiler: ridere mentre si impara non solo è legale (ho controllato, non c’è nessuna legge contro il buonumore, almeno per ora!), ma è anche la scelta più intelligente, etica ed economica che un’azienda possa fare.
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Il cervello non impara se è in stand-by
Partiamo dalle basi biologiche. Il nostro cervello è una macchina meravigliosa, ma è anche un risparmiatore di energia patologico. Se gli presentate un contenuto complesso, grigio e burocratico, lui alza le barricate.
Qui entra in gioco un concetto bellissimo che si chiama Processing Fluency (fluidità di elaborazione). La psicologia cognitiva ci insegna che quando un’informazione è presentata in modo fluido, scorrevole e magari condita con un pizzico di umorismo, il cervello fa meno fatica a elaborarla.
E indovinate un po’? Meno fatica = Migliore apprendimento. 🧠
Quando ridiamo o sorridiamo per una metafora azzeccata, il nostro cervello etichetta quel contenuto come “affidabile” e “memorabile”. Al contrario, la “difficoltà artificiale” – quella creata da linguaggi inutilmente complessi e toni soporiferi – ottiene l’effetto opposto: il cervello scarta l’informazione come fosse spam nella casella di posta.
Cosa dice la scienza? (Il momento “Professorone”, ma di quelli simpatici)
Non dovete credere a me sulla parola. Credete a Lucy Amelia James e Claire Louise Fox.
Queste due ricercatrici britanniche hanno condotto uno studio affascinante (“Humor styles in the classroom: students’ perceptions of lecturer humor“) in cui hanno preso 201 studenti e hanno mostrato loro diverse tipologie di insegnanti, ognuno con uno stile di umorismo diverso.
I risultati? Una mappa del tesoro per chiunque parli in pubblico:
- Umorismo affiliativo (Il Vincitore 🏆): è l’umorismo che include, che crea connessione. Chi lo usa viene percepito come più avvicinabile e capace di creare un ambiente di apprendimento migliore. È la prova che si può essere autorevoli senza essere distaccati. Del tipo: “Buongiorno, facciamo un patto: io vi farò uno speech motivazionale che vi sarà di grande ispirazione ma voi promettete di lasciarmi qualche pizzetta quando finirò, perché il palco è molto lontano dal buffet e vi vedo famelici…“.
- Umorismo aggressivo (Il Male Assoluto 🚫): prendere in giro gli altri, essere sarcastici in modo tagliente. Risultato? Disastro totale. Il docente viene visto come ostile e l’apprendimento cola a picco. Un esempio? “Appena finisce la giornata di lavoro Marco corre via come uno studentello al suono della campanella. Se fosse così veloce anche nel rispondere alle mail, magari…“.
- Umorismo self-enhancing (L’Autopotenziamento è servito 💪): l’umorismo self-enhancing consiste nell’usare l’ironia su se stessi per rafforzare la propria immagine, trasformando una possibile debolezza in un punto di forza. Un esempio celebre risale alla campagna presidenziale statunitense del 1984, come racconta bene quest’articolo di Harvard Business Review. Durante il secondo dibattito televisivo, a Ronald Reagan, presidente in carica, venne chiesto se la sua età potesse rappresentare un ostacolo per un eventuale secondo mandato. A 73 anni era già il presidente più anziano della storia americana e, dopo il primo dibattito, molti lo avevano giudicato affaticato. Reagan rispose con una battuta rimasta famosa: “Non farò dell’età un problema in questa campagna. Non intendo sfruttare, per fini politici, la giovinezza e l’inesperienza del mio avversario“. La sala scoppiò a ridere, compreso il suo sfidante Walter Mondale, che in seguito ammise che quello fu il momento in cui capì di aver perso le elezioni.
- Umorismo self-defeating (La Sorpresa 😮): prendere in giro se stessi. Le ricercatrici pensavano fosse negativo, invece hanno scoperto che una moderata dose di autoironia riduce la distanza gerarchica e rende il docente più “umano”, senza fargli perdere rispetto. “Non sono spettinato, è che ho delle idee in testa talmente esplosive ed elettrizzanti…“.
Il succo della ricerca è chiaro: non è l’umorismo in sé a fare la differenza, ma COME lo usi. Se usi l’ironia per connetterti (affiliativo) o per mostrarti umano (autoironia), vinci. Se la usi per colpire, perdi.
E sapete qual è l’altra chicca? Lo studio dice che il genere del docente o la difficoltà della materia non cambiano il risultato. Puoi spiegare la fisica quantistica o la contabilità analitica: se lo fai con il giusto umorismo, funziona meglio.
L’etica della chiarezza (Ovvero: perché complicare le cose è da maleducati)
C’è un mito duro a morire secondo cui spiegare le cose in modo semplice significhi banalizzarle. Falso.
Rendere accessibile un concetto complesso non è superficialità: è padronanza.
Solo chi conosce davvero un argomento sa giocarci, smontarlo e ricostruirlo con una metafora sul tiramisù o un aneddoto sulla fila alla posta. La chiarezza è una forma di rispetto verso chi ascolta.
Usare un linguaggio opaco, pieno di tecnicismi ed esente da sorrisi, è spesso solo un modo per nascondersi o per darsi un tono.
Pensate all’Azzecca-garbugli de I promessi sposi. Questo simpatico avvocato (simpatico come la sabbia dentro il costume da bagno…) parlava come un labirinto: giri di parole, frasi infinite, termini contorti.
Più parlava, meno si capiva (mi ricorda un mio vecchio professore, ma non faccio nomi!). Era la sua strategia: rendere tutto oscuro serviva a non farsi capire e a non farsi contraddire dalle persone comuni (tanto che mi chiedo se alcune istruzioni dell’IKEA le abbia scritte un suo erede…).
L’edutainment invece è profondamente etico perché democratizza il sapere: apre la porta a tutti, non solo agli “addetti ai lavori”.
Dire le cose bene, in modo semplice, richiede competenza e coraggio. La chiarezza smonta i trucchi, accorcia le distanze e rende il messaggio solido e convincente.
In fondo, se “comunichiamo”, è perché vogliamo che il messaggio arrivi ai nostri interlocutori, giusto?
Parliamo di soldi (La Convenienza Economica 💸)
Infine, arriviamo al tasto dolente (o gioioso, dipende dai punti di vista): il budget.
Realizzare un evento costa. Costa la location, costano gli eventuali ospiti, ma soprattutto costa il tempo delle persone che non stanno lavorando.
Se portate 200 dipendenti in una sala conferenze e per 4 ore la loro mente è altrove (magari a pianificare la lista della spesa o a fissare il vuoto), avete bruciato risorse. Il ritorno sull’investimento (ROI) è zero.
L’edutainment non è un costo extra per il “divertimento”: è un’assicurazione sull’attenzione. Un approccio che tiene le persone sveglie, “ingaggiate” e partecipi garantisce che il messaggio arrivi davvero.
Ridere è una cosa seria (specialmente se si parla di edutainment)
L’edutainment non trasforma l’azienda in un luna park né lo speaker in un animatore da villaggio. È progettazione seria dell’esperienza che le persone vivranno, in cui l’umorismo funziona come una chiave ben fatta: apre porte che resterebbero chiuse, abbassa le difese e rende il messaggio più memorabile.
Si sorride, ma con criterio. Perché quando l’attenzione si accende, anche i contenuti più complessi trovano spazio e restano impressi molto più a lungo.
Imparare ridendo è un atto profondamente umano. E le aziende, checché se ne dica, sono fatte di umani, non di file Excel.
Quindi, se state organizzando la prossima convention, il meeting annuale o un evento formativo e volete evitare l’effetto “sonnellino post-prandiale”, forse è il momento di cambiare approccio.
Se cercate qualcuno che sappia unire la solidità dei contenuti con la leggerezza di una risata (e magari qualche aneddoto divertente ma educativo), non esitate, rivolgetevi a me.
Porto sul palco speech che informano, divertono e, soprattutto, restano in testa.
Facciamo in modo che il vostro prossimo evento sia quello di cui si parlerà in azienda (e oltre!)… ma per i motivi giusti! 😉🎤








