L’umorismo strategico, se ben dosato, può trasformare una sala riunioni in un laboratorio attivo di apprendimento e partecipazione
Siete mai stati in una stanza dove l’ossigeno sembra essere stato sostituito da una miscela di azoto e pura rassegnazione? Le luci sono soffuse, non per creare atmosfera, ma perché persino i faretti sembrano voler schiacciare un pisolino… Sul palco, un relatore sta leggendo slide chilometriche con un tono da bradipo che recita l’elenco telefonico sotto l’effetto di un antistaminico.
In platea, i presenti sono entrati in uno stato semi-cosciente (o hanno raggiunto il nirvana, non saprei!): occhi sbarrati ma vitrei, pollici che scorrono convulsamente il feed di LinkedIn in cerca di un segnale di vita intelligente, e un desiderio collettivo che la terra si apra e inghiotta tutti, escluso il buffet!
Siamo onesti: la maggior parte delle convention aziendali ha lo stesso potere eccitante di una conferenza sulla stagionatura del cartongesso. Eppure, siamo lì per imparare, per “fare squadra”, per assorbire strategie che dovrebbero rivoluzionare il nostro trimestre. Ma come facciamo ad assorbire alcunché se il nostro cervello è andato in modalità “salvaschermo”?
Ecco la notizia bomba: la noia non è un male necessario del corporate world. È un errore di progettazione. E la soluzione non è aggiungere più caffè (che rende solo i partecipanti dei sonnambuli agitati), ma iniettare dosi massicce di umorismo strategico.
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L’umorismo non è mica una barzelletta… 😁
C’è questo strano mito secondo cui se vuoi essere autorevole devi essere noioso (per me questa voce l’ha messa in giro il mio vecchio prof. di matematica delle medie…).
La scienza, per fortuna, dice l’esatto contrario.
Uno studio molto interessante intitolato “Understanding teacher’s humor and its attributes in classroom management” ha analizzato l’umorismo non come un “di più” per rendere le lezioni simpatiche, ma come una vera e propria competenza professionale.
I ricercatori hanno identificato che l’umorismo efficace si poggia su cinque pilastri.
Il più importante? Non è il talento innato, ma l’intenzionalità.
Non si tratta di fare i clown o di sperare che una battuta cada bene per sbaglio. Si tratta di usare il sorriso come una strategia educativa. L’umorismo trasforma la comunicazione da un monologo piatto a un’interazione densa di significato.
Riduce l’ansia (quella sottile angoscia da “devo ricordarmi tutto questo se no il CEO mi guarda male”) e crea un clima dove il cervello è finalmente disposto ad aprire le serrande e far entrare i concetti. In breve: se ridiamo, il nostro cervello “scarica” le informazioni più velocemente e le salva in una cartella che non è quella dei file temporanei pronti per il cestino.
E no, non si tratta di sensazioni a pelle o di “a me sembra che funzioni”.
Ad esempio lo studio “Humor’s Effect on Short-term Memory in Healthy and Diabetic Older Adults” ha misurato in modo molto concreto cosa succede quando l’umorismo entra in aula o in un contesto di apprendimento.
Nella ricerca il gruppo esposto a contenuti spiegati con una componente umoristica ha migliorato la capacità di apprendimento del 38,5%, contro il 24% del gruppo di controllo. La differenza diventa ancora più evidente quando si guarda alla memoria a distanza di tempo: il richiamo differito arriva al 43,6% nei partecipanti “esposti alla risata”, mentre si ferma al 20,3% in chi ha seguito una spiegazione più piatta.
Tradotto: quello che fa sorridere resta impresso molto più a lungo!
L’interruttore magico: dalla modalità “Esecuzione” alla modalità “Gioco”
Vi è mai capitato di essere bloccati su un problema complesso, con la fronte imperlata di sudore, e poi un commento ironico di un collega ha sciolto la tensione facendovi vedere la soluzione in un istante?
La ricerca “Teachers’ use of humor to support students’ emotional regulation” pubblicata sull’ International Journal of Educational Research Open (2025) ha esplorato l’idea dell’umorismo come un vero e proprio “interruttore” emotivo.
Citando la Reversal Theory di Michael Apter, i ricercatori spiegano che gli esseri umani oscillano tra diversi stati meta-motivazionali. Lo so, detta così sembra ostica, ma provo a dirvi quello che ho capito io…
Il più comune in ufficio è lo stato “telico” (serietà, orientamento al risultato, ansia da prestazione). Ma per essere davvero creativi e pronti a imparare, abbiamo bisogno dello stato “paratelico” (gioco, divertimento, godimento del momento).
L’umorismo è lo strumento che ci permette di fare il salto tra queste due dimensioni. Quando un relatore usa l’autoironia, magari prendendosi un po’ in giro per la propria ossessione verso i grafici a torta, non sta solo “facendo la battuta”. Sta dando il permesso al pubblico di rilassarsi, di abbassare le difese e di passare dalla modalità “sopravvivenza” a quella “scoperta”.
È come applicare un po’ d’olio sugli ingranaggi arrugginiti di un robot. ⚙️🤖
Ma attenzione: non tutti i sorrisi sono uguali (il rischio del “comico da bar”)
C’è un però. Un “però” grande come un foglio Excel di bilancio consolidato. Non tutto l’umorismo funziona, e quello sbagliato può essere più letale della noia.
Lo studio “Assessing student perceptions of inappropriate and appropriate teacher humor” ha messo in guardia sul fatto che il confine tra una risata catartica e un imbarazzo epocale è sottilissimo. Gli studenti (che in questo caso sono i nostri “partecipanti”) giudicano come inappropriato l’umorismo offensivo, denigratorio o quello che punta il dito contro qualcuno per metterlo in ridicolo.
Il segreto per un public speaking che spacca (senza rompere nulla)?
- L’umorismo legato al contenuto: se la battuta serve a spiegare un concetto, quel concetto diventerà indimenticabile.
- L’autoironia: è l’arma suprema. Se io, che sono sul palco, rido delle mie stesse gaffe, divento umano, credibile e, soprattutto, creo uno spazio sicuro per tutti gli altri.
Non vogliamo il comico che fa aggressiva satira politica o quello che insulta il tizio in prima fila (perché ha le calze bianche corte corte sotto il completo blu). Vogliamo un esperto che sappia cavalcare l’ironia per rendere digeribili concetti che altrimenti avrebbero la consistenza dei polpettoni della mensa aziendale del 1994.
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Perché il sapere ha bisogno di un palcoscenico (e di una risata)
Quando salgo su un palco per uno speech divulgativo-comico, il mio obiettivo non è solo far ridere (anche se le risate sono la musica più bella che si possa sentire in una sala convention). Il mio obiettivo è trasformare l’evento in un’esperienza memorabile. Perché diciamocelo: nessuno si tatua sul braccio una statistica sulla customer retention, ma tutti ricordiamo quell’aneddoto buffo che ci ha fatto capire perché i clienti si comportano in un certo modo.
Basta allora con le convention che sembrano turni di guardia notturna. Basta con i PowerPoint infiniti che causano più narcolessia della camomilla a doppia infusione. È ora di dare al vostro evento la carica di energia, competenza e leggerezza che merita.
Se volete trasformare il vostro prossimo incontro aziendale in un momento di autentica crescita, dove il sapere viaggia sulle ali di una risata intelligente e i vostri collaboratori escono dalla sala con gli occhi che brillano (e non per il riflesso dello schermo dello smartphone), parliamone!
I miei speech sono progettati per essere un viaggio tra scienza, business e commedia: un mix esplosivo che tiene alta l’attenzione dal primo all’ultimo minuto.
Non indugiate oltre, scrivetemi ora!








